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alessandra de perini
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Intervista ad Alessandra De Perini
Tra lesbofemminismo e pensiero della differenza: il tentativo di costruire un ponte fra due modi diversi di vivere e pensare l'essere donna
di Piera Zani
Dopo un anno di inseguimenti, appuntamenti mancati, incontri rimandati finalmente io e Sandra riusciamo a trovarci.
E’ un sabato pomeriggio un po’ piovoso, la luce se ne va presto e rimaniamo a chiacchierare quasi nella penombra. Doveva essere un incontro di un paio di ore e invece parliamo per ore.
Ricordo Sandra al Convegno lesbico dell’Impruneta nel ’88: tiene il seminario sulle amanti in un grande salone molto affollato. E’ una bella ragazza bionda che da’ ascolto a tutte e cerca di gestire una grande assemblea di lesbiche.
Sono curiosa di incontrarla perché, diversamente da tutte le altre lesbiche “importanti” presenti a quel convegno, ha fatto una scelta singolare: si è avvicinata al pensiero della differenza allontanandosi per un certo periodo dal mondo della politica lesbica. Sandra negli anni ’80 ha gestito un gruppo lesbico a Mestre.
Raccontami tutto dall’inizio
Dall’inizio… quando?
Quando e dove sei nata.
Sono nata in provincia di Vicenza, figlia di un medico di campagna. Mia madre era una donna forte e volitiva e la mia infanzia è stata segnata da una grande presenza femminile: ero la quarta di otto figli, tantissime sorelle, tante zie e cugine.
Più tardi ci siamo trasferite a Venezia, il papà è rimasto a lavorare in provincia. Nel ’69 a diciannove, mentre ero ancora al liceo, sono rimasta incinta: desideravo tanto questa maternità, mia sorella aveva avuto da poco un bambino. E’ stato un caso, quasi una maternità da vergine, eppure andavo incontro a un mio forte desiderio.
Mi sono sposata, i miei genitori mi hanno dato una mano economicamente negli anni dell’università. Eravamo una bella coppia: giovanissimi, con una minuscola casetta a Venezia, un figlio, che portavo al Nido per poter frequentare le lezioni. Partecipavo alle assemblee del Movimento studentesco.
Come ti avvicini al movimento delle donne?
Il primo anno di Università frequentavo Potere operaio, un minuscolo gruppetto propone incontri di sole donne , mi interessa, ci vado. Invitiamo a Venezia Selma James con il Black Power Party, del ’72 è il suo testo “Potere femminile e sovversione sociale”.
In questo periodo inizio l’autocoscienza e partecipo al movimento delle donne nel gruppo del “Salario domestico garantito”. E’ un gruppo che è nato a Padova, partecipano docenti universitarie e insegnanti, a Venezia abbiamo una piccola succursale che però non tarderà molto a rivendicare indipendenza e autonomia. Sono gli anni delle gonnellone a fiori, degli scialli e degli zoccoli.
Nel ’76 cambiamo nome: “Autonomia femminista”.
Nel frattempo mi sono laureata, ho provato ad insegnare ma poche supplenze bastano a farmi capire che la scuola, almeno in quegli anni non fa per me. A 24 anni entro in una forte crisi depressiva. Non so bene che cosa non va, ma mi sento priva di desideri. Il matrimonio vacilla, chiedo la separazione. Nel ’76 il movimento femminista rivendicativo vacilla: il mio gruppo di Mestre viene espulso dal gruppo fondatore di Padova.
E l’autocoscienza?
Alcune delle donne del gruppo di Mestre, se ne aggiungono poche altre, formano un gruppo di autocoscienza. Siamo in tredici, partiamo da una sola domanda: “Perché non ho desideri?”
Nel maggio del ’76 mi separo e trovo casa.
Fino al ’77 manteniamo la sede ma i continui attacchi delle più giovani, sono sedicenni, le chiamiamo le “cavallette”, perché ora sono qui ora là, si muovono in sacco a pelo, si fermano due giorni a casa di una, due giorni da un’altra, ci convincono a rinunciare ad un impegno così gravoso. Ci hanno accusato di gestione del potere, sono lesbiche e in poco tempo si disperdono in giro per il mondo: chi a Berlino, chi a Bologna, chi a Londra…
Continuiamo l’autocoscienza nelle case.
Che fine fanno queste tredici donne?
Nel ’78 termina il percorso dell’autocoscienza. Alcune seguono la deriva New Age: campagna, agricoltura biologica, altre cambiano città o cambiano lavoro, fondano cooperative, librerie delle donne, altre ancora fanno un figlio oppure utilizzano l’esperienza acquisita in altri contesti, ad esempio il sindacato, le istituzioni politiche.
Come ti scopri lesbica?
Vivevo male la sessualità con mio marito, ma non sapevo che potesse essere diversa. Tutto sommato se ne sono accorta prima le altre.
Nel ’74 un’amica mi chiede: “Mia cognata si è messa con una donna, non è che per caso anche tu…?” .
Nel ’76, di fronte al mio continuo disagio con gli uomini, nel gruppo di autocoscienza si fa avanti un’ipotesi: “Non è che dovresti stare con le donne? Non è che ti piacciono le donne?”
Sono anni davvero speciali, c’è molta sensualità fra le donne, ci si sente molto, anche fisicamente. E’ possibile pensare di stare con le donne. Mia sorella, che partecipa pure lei a questo gruppo di autocoscienza, si è messa con una regista algerina. Sarà un rapporto difficile, dal quale non si riprenderà più. Dalle donne ci si aspettano comportamenti e atteggiamenti completamente diversi da quelli che siamo abituate a vedere negli uomini che abbiamo frequentato. Scoprire che le donne tradiscono, possono fare male, anzi di più, è sconvolgente.
Mi sento sempre estranea in ogni gruppo che frequento, anche questo piccolo gruppo di autocoscienza alla fine mi rimanda un senso di estraneità.
Come fai ad incontrare le lesbiche?
A una cena di vicine di casa!
E il ’78, c’è anche Paola, a 28 anni è il mio primo rapporto con una lesbica.
Paola è lesbica, sa di esserlo però non ha mai avuto relazioni con donne. Si è innamorata spesso, ma sempre platonicamente. Io penso che lei sia esperta, perché non ha girovagato nella vita come è capitato a me, invece anche lei è alle prime armi. I rapporti sessuali sulle prime sono deludenti. Dobbiamo imparare tutto, devo imparare a conoscere il mio corpo, a scoprire come funziona, che cosa lo fa reagire.
L’emozione è grandissima, il coinvolgimento è alto eppure il mio corpo non sa riconoscerla. Solo dopo qualche mese, pian pianino le cose vanno meglio, poi sempre di più.
A quel punto ci accorgiamo che noi due da sole non ci bastiamo, abbiamo voglia di conoscere altre donne, di avere una socialità insieme. Due donne da sole non bastano, c’è bisogno di una comunità. Ci avviciniamo al mondo gay tramite i radicali. Facciamo parte del gruppo organizzatore di una grande festa a Cà Farzetti nel ’79. Utilizziamo i locali del Comune e la festa in costumi del ‘700 sarebbe bellissima, le donne presenti sono solo una ventina, su circa 200 partecipanti. Ci sono molte ragazze giovani che sentono una fortissima attrazione per la coppia più grande. Io ero abituata a stare in mezzo alle donne, Paola invece che frequentava essenzialmente gay viene completamente sbalestrata da questa situazione nuovissima.
Nell’80 ritorno all’insegnamento, lascio l’Ufficio di collocamento dove ho lavorato fino a quel momento e ridivento pendolare.
La festa a Cà Farzetti mi ha dato la consapevolezza che quello è il mio mondo, che è lì che voglio stare. Parto da lì per costruire una rete di rapporti e per trovarne poi altri.
Come riesci ad avvicinarti ai gruppi lesbici?
Nell’81 a Torino c’è un convegno dell’ILIS, un’organizzazione internazionale lesbica e gay. E’ la mia prima vera full immersion in un ambiente lesbico. Ci vado un po’ confusa.Il mio rapporto con Paola è in crisi, Lei ha un’altra, cerchiamo di convivere con questa situazione, sperimentiamo strade diverse, mai provate prima, proviamo persino a convivere tutte e tre insieme. Sono molto dipendente da Paola, finalmente, dopo tanti anni, la mia sessualità è soddisfacente e all’improvviso lei mi può sottrarre questo piacere a lungo inseguito. Così sono disposta a tutto pur di tenerla.
A Torino ci vado con una studentessa, una ragazza molto più giovane.
All’ILIS subito il gruppo lesbico si separa dai gay e propone seminari separati. Ingenuamente mi iscrivo a quello sulle relazioni sado-maso: penso alla mia relazione con Paola, al dolore che mi provoca e invece mi trovo immersa nella riflessione e confronto sulle nuove pratiche erotiche s/m che vengono da Londra e soprattutto dall’America.
C’è Fufi Sonnino, una famosa cantautrice lesbica romana, si parla di parole d’ordine, di strumenti da utilizzare in queste situazioni, sono davvero fuori dal mondo.
E’ la prima volta che vedi tante lesbiche insieme: come ti sembrano?
Sono alla Casa delle Donne di Torino, siamo in 200, mi accorgo subito che le lesbiche sono meno colorate, vige monocolore blu o nero, meno belle e più scontente. Io indosso una paio di pantaloni alla pescatora, una giacca nera, le ballerine e in sovrappiù mi sono messa un nastro rosso per trattenermi i capelli. Sono decisamente fuori target. E’ stata un’esperienza particolare, ma io ero ancora molto disturbata dalla mia storia con Paola, che era finita, e non finiva mai.
Torno a Venezia con più determinazione e più voglia di fare e incontrare altre lesbiche. E’ l’81 e prendo contatti con la bibliotecaria del Centro Donne. Ma come fare trovare altre lesbiche? Quando si dice la creatività delle donne… due o tre pomeriggi alla settimana li passo in biblioteca, quando un’utente prende a prestito un libro sospetto (“Il pozzo della solitudine”, ad esempio) la bibliotecaria la informa della mia presenza e del mio tentativo di organizzare un gruppo proprio lì in biblioteca un sabato al mese. Alla fine ci riusciremo, si chiamerà “Gruppo Creatività”. La scusa, diciamo così, è la passione per la scrittura, in realtà ci ritroviamo soprattutto per incontrarci e conoscerci. Ma voglio allargare il giro ed è sempre difficilissimo: a Roma nella sede del CLI, con un atto di furbizia riesco a copiare gli indirizzi delle abbonate del Veneto.Sono ben trenta indirizzi. Non me ne pento: a casa scrivo una lettera a tutte, alcune mi risponderanno dopo anni.
Nell’83 il gruppo è consolidato, anzi ha pure un sottogruppo, Le ragazze della domenica, a casa mia ci troviamo per giocare a carte, mangiare, bere insieme, organizzare gite.
In pratica erano gruppi che si occupavano essenzialmente di socialità.
Sì, ma nell’83 scoppia la crisi. Andiamo al convegno lesbico di Bologna, quello organizzato da Franca Gianoni. Partiamo con un camionicino da Venezia tutte insieme, ci siamo portate il vino, i panini. Viviamo con grande eccitazione, ma arrivate a Bologna, in Piazza Maggiore sopraggiunge la crisi: tutte quelle lesbiche, fuori dalle case, nelle strade e nelle piazze a me fanno tornare la voglia di rimettermi a fare politica per le altre è uno shock. Si rispecchiano nelle altre, si vedono forse per la prima volta, allora sono davvero lesbiche!
Si vuole ritornare nei salotti e nella socialità protetta delle case, ma io non ci sono più.
Che cosa vuoi adesso dalle altre?
Per me quel convegno è stato importante, mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto vedere chiaramente che cosa voglio. Partecipo al gruppo Diffidenza della differenza.
A Venezia voglio continuare questa esperienza.
Nell’84 a Venezia viene a vivere con me e mio figlio Simonetta Spinelli, che allora era la mia compagna. Formiamo un gruppetto di quattro, scriviamo dei testi, dei documenti, alcuni scritti di Simonetta sono bellissimi, per suscitare un dibattito, un confronto con le altre. Ma non funziona. Alla fine c’è sempre silenzio. E’ la scrittura ad introdurre il conflitto. Nominare la realtà vincola e lì nasce il silenzio delle lesbiche. Nasce la frattura fra scriventi e silenti, oppure urlanti, che è solo l’altra faccia della medaglia del silenzio. Il passaggio dal gruppo amicale al gruppo politico non è avvenuto.
Fin quando dura questa situazione?
Nell’83 e ‘84 si consuma questa crisi preannunciata. Mi ritrovo isolata, le altre continuano a vedersi almeno per le cene, ma io non sono più invitata. E’ un momento durissimo, dopo tanti anni il gruppo che avevo formato con tanto impegno mi ha espulso. E’ singolare che proprio le donne che più si opporranno al mio progetto di costituire un gruppo non solo legato alla socialità alcunia nni dopo fonderanno a Venezia la famosa “Casa Gialla”.
Quando ti avvicini alle donne del “pensiero della differenza”?
A Verona nell’84. Riesco a farmi invitare da Chiara Zamboni al loro gruppo, sono poco più una decina. C’e’ Luisa Muraro che gestisce i lavori. In realtà non mi vogliono, pensano che io sia una spia delle lesbiche. Ma io rimango perché credo di aver molto da imparare. Resto ma è dura: appena apro bocca vengo ripresa o zittita o ignorata. In effetti sono legata ancora al femminismo rivendicativo, non capisco che lì si parla un’altra lingua.Rimango lì tutti questi anni…
Sono tanti, diciassette anni…
Sì, è vero. Ora sono un po’ amareggiata. Ho imparato tanto, ma è un luogo freddissimo, le relazioni in tutti questi anni non sono cresciute, c’è molta distanza fra le donne che partecipano a questi gruppi. Ho trovato una grande disparità tra parola e vita e poco amore per le donne, in molte di loro.
E’ strano ma benché ci siano tante lesbiche non si sa chi lo è e chi no… tutto viene tenuto molto segreto, nascosto. Eppure una sera hanno messo un disco e cominciato a ballare e allora ho avuto come la sensazione di vederle per la prima volta, queste donne tanto chiuse e tenaci a difendere la propria privacy avevano un rapporto con il proprio lesbismo neanderthaliano, senza alcuna elaborazione. Erano cinquantenni che si comportavano da quindicenni. Praticano un lesbismo abusivo. Mi sono adattata ma non mi sono mai abituata alle loro modalità.
Ho scritto un libro sulle relazioni fra donne, ho parlato di me, della mia storia, ma ovviamente intendevo parlare d’altro. Tutte lo sapevano che l’avevo scritto, ma poiché non ero stata autorizzata nessuna me ne ha parlato. Mi è molto spiaciuto. Solo una mi ha detto: “Avevi proprio voglia di parlare di te!” .
Fai un bilancio di questi anni.
E’ difficile. Ho cercato di creare un ponte fra le lesbiche e il pensiero della differenza. Ho cercato di carpire un sapere e portarlo fra le lesbiche. Le lesbiche mi hanno considerata una traditrice e le altre, in fondo, non mi hanno mai accettata come una di loro.
Creato Da 2008-09-04 14:01:45 il patriziacolosio
Aggiornato il 2010-06-23 08:14:14 dapatriziacolosio
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