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wittig immaginaria
monique wittig

Immaginaria: Wittig fra lesbismo radicale e queer theory

Simonetta Spinelli e Antonia Ciavarella discutono a Bologna di chi ha osato scrivere: "le lesbiche non sono donne"

di Federica Frabetti



Domenica 2 marzo, a Immaginaria, Simonetta Spinelli e Antonia Ciavarella hanno ricordato Monique Wittig.

Ripercorro qui solo brevemente il percorso tracciato da Spinelli entro l’affascinante radicalità dei testi di Wittig: lo straordinario linguaggio de L’Opoponax e il rapporto con la critica (che premiò del romanzo la struttura sperimentale, senza rendersi conto che esso dissolveva intanto la sottolineatura di genere); lo scandalo de Le Guerrigliere, dove nessun equivoco è più possibile ed emerge il soggetto femminile collettivo di un’epopea che decostruisce i suoi stessi codici; Il corpo lesbico, con l’ironica fatica d’amore del costruire/ricostruire gli indistinguibili corpi amanti privi di ogni materialità già data.
Poi l’antiessenzialismo radicale di Monique, in un’epoca in cui nemmeno la costruzione socioculturale del genere era scontata; la rottura con il pensiero della differenza e l’esilio volontario nel wild wild west; la drammaticità dello scrivere in una lingua non sua; l’intreccio inestricabile tra “letteratura” e saggi; la spezzatura radicale introdotta dall’affermazione che “le lesbiche non sono donne” (contro il continuum lesbico di Adrienne Rich), che rende la lesbica irrecuperabile al regime anche economico eteronormativo; il riconoscimento del punto di vista lesbico come massimo dell’oppressione e massimo della liberazione - la schiava in fuga.

Spinelli su Wittig è più avvincente di molti film. L’ascolto e ripercorro la mia prima lettura di Le corps lesbien, che fu (per i casi della vita) in versione inglese. The Lesbian Body, la traduzione di David LeVay, scriveva m/y e m/e per rincorrere il J/e di Wittig, il pronome spezzato che pose la questione storica e filosofica dei soggetti femminili. Accedevo così a una lingua e a un immaginario dirompenti, che mi toccavano attraverso la doppia fatica della traduzione.

Antonia Ciavarella ricorda come nella sua storia politica e personale affermare che le lesbiche non sono donne abbia significato trovare le parole per dire l’estraneità lesbica entro il movimento femminista, l’atto di rivolta rispetto alle madri che ha costituito il lesbismo come politico (riconoscendo nei confini del pensiero psicanalitico e strutturalista l’inattuabilità di quella rivolta), l’impossibilità di una mediazione e dunque la necessità di diventare guerrigliere – e infine la concezione della lesbica come sentinella contro ogni visione femminista essenzializzante.

Dopo l’intervento di Antonia si sviluppa un dibattito tra wittighiane scontente di come la queer theory si richiama a Wittig (o del fatto stesso che si richiami a Wittig) da una parte, e sostenitrici di una qualche validità politico-critica del posizionamento queer dall’altra.
Si discute sull’antiessenzialismo radicale già espresso da Wittig con diversa intensità politica rispetto al queer. Ci si chiede: davvero “il” queer (uso le virgolette perché non credo che esista una teoria queer unitaria) non sa dire “noi”? Davvero non può creare un patto collettivo? Davvero la figurazione queer è quella di un eroe solitario e individualista, un hacker priv* della nervatura necessaria a costruire un corpo politico?
La soggettività queer polimorfa e citazionista, che si nasconde/rivela dietro gli asterischi e la performance, dissolve veramente ogni possibilità di riconoscimento (quel riconoscimento di cui si continua a sentire il bisogno anche in epoca post-identitaria)?

Qualcuna, in risposta, sottolinea che la soggettività queer polimorfa non aspira a “essere qualsiasi cosa” (in un confuso anything goes postmoderno), ma punta piuttosto a sottolineare che le identità sono sempre costruite e molteplici. Federica Tuzzi ripercorre il carattere antiessenzialista del pensiero queer (che non parla più di identità ma di identificazione) per suggerire se mai un’ulteriore cautela, dato che anche l’essere “post-identitarie” sta diventando una nuova definizione.

Spinelli torna a distinguere tra identificazione come bisogno primario e identità come presa di coscienza: due momenti non sostituibili l’uno all’altro. Richiama al partire da sé di Wittig e al suo parlare non di identità/identificazione, ma di soggetto.
Ci chiediamo: “il” queer si ferma al simbolico? Si auto-limita alle pratiche sessuali? Riduce nuovamente il corpo, appena recuperato, a un soggetto parlante? Ciavarella rilegge ancora un volta criticamente Preciado.

Spinelli sottolinea nuovamente la concezione del lesbismo come percorso di conoscenza in Wittig. Si torna alla lettura di Wittig fatta da Teresa de Lauretis: la lesbica non è una donna, ossia non è il soggetto sociale donna, bensì il soggetto di una particolare ‘pratica conoscitiva’ che permette di riarticolare sia i rapporti sociali sia le condizioni stesse della conoscenza da una posizione eccentrica rispetto all’istituzione eterosessuale.
Ci si chiede anche: le teorie queer hanno qualcosa da dire sulla possibilità di collocarsi in posizioni antagoniste?
Per conoscere devo necessariamente avere un punto fermo cognitivo, qualcosa da cui partire per poi confrontarmi? E se scopriamo che oggi di punti fermi cognitivi purtroppo (o fortunatamente) non ne abbiamo più?
Il punto di vista queer potrebbe dare una risposta alla difficoltà con cui oggi tentiamo di distinguere tra liberazione e oppressione? Che succede se il cavallo di Troia è cannibalizzato , decontestualizzato, iterato sentimentalmente o nostalgicamente, riutilizzato nella pubblicità? Dove finisce il suo potenziale eversivo? Wittig non parla di cultura popolare ma di letteratura sperimentale – alle sue spalle ci sono Serraute e Duras e Robbe Grillet – e tuttavia… Se il cavallo di Troia ha un vago appeal popolare, il suo potenziale di sfida e di trasformazione rischia di essere assimilato. Come possiamo relazionarci a tutto ciò?

Si va avanti a discutere del rapporto tra soggetto, identità, identificazione, posizionamento.
Qualcuna suggerisce che il rapporto tra femminismo e queer sia da ricondurre a schemi generazionali, o almeno a diverse storie di vita che vogliono essere rispettate. E prima che il dibattito sfumi proviamo per l’ennesima volta a storicizzare la queer theory, tra Butler, De Lauretis e Preciado.
Chi ha detto che il soggetto queer non ha memoria?


Creato Da 2008-09-11 08:23:04 il patriziacolosio
Aggiornato il 2008-09-11 08:24:13 dapatriziacolosio
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