Le sfide della maternità lesbica

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Le sfide della maternità lesbica

Le sfide della maternità lesbica:uno studio sui percorsi di coming out madre-figli

di Silvia Allegro

Diventare madre, senza rinunciare alla propria identità lesbica, rappresenta un atto dirompente rispetto alla concezione classica di maternità ed evidenzia le sfide che l'identità omosessuale contemporanea pone alle teorie e alle forme stesse di definizione dell'identità sessuale. Tuttavia, fino a non molto tempo fa, nel senso comune così come nel mondo scientifico, maternità e omosessualità costituivano due concetti antitetici, nel senso che si poteva essere madri o lesbiche ma non madri lesbiche.

Tuttavia Modi di (Leileri et al., 2005), la più ampia indagine statistica sulla popolazione omosessuale e bisessuale italiana, rivela che il 20,5 per cento delle lesbiche sopra i 40 anni ha almeno un figlio. La quota scende, pur restando significativa, considerando tutte le fasce d'età: è infatti madre una lesbica su venti, il 4,9 per cento. Tali dati coincidono con quelli rilevati da Barbagli e Colombo (2001), da cui emerge una percentuale di madri lesbiche del 19 per cento e una percentuale ancora più consistente, pari al 54 per cento, di aspiranti madri. Tale fenomeno, ancora poco visibile nella realtà italiana, si osserva molto chiaramente negli Stati Uniti, dove stime recenti hanno calcolato che la percentuale di lesbiche con figli è pari al 34 per cento.

Non si tratta di cifre di poco conto, poiché ad esse si aggiungono quelle relative al sommerso, cioè donne lesbiche che, scegliendo di non essere visibili, vivono clandestinamente relazioni con altre donne.
La metamorfosi prodotta nel tessuto sociale dal diffondersi di famiglie alternative a quella tradizionale, nucleare e patriarcale, ha fatto sì che gli aspetti biologico, sociale e legale della genitorialità, coincidenti nella famiglia tradizionale, siano oggi spesso scollegati. Il concetto di madre e padre, da biologico a non biologico, la suddivisione delle funzioni procreative ed educativo-affettive, l'assunzione della potestà genitoriale e del ruolo di care giver sono mutati tanto da rendere i ruoli tradizionali dettati dalle convenzioni sociali o dal sesso d'appartenenza non più adatti a regolare le relazioni affettive, sentimentali e sessuali, ne tra genitori e figli, ne tra gli stessi genitori.

La sfida più estrema al modello può ben essere rappresentata dalla famiglia omosessuale, poiché offre un'alternativa alle disuguaglianze di genere che caratterizzano spesso le coppie eterosessuali.

In particolar modo, le famiglie i cui figli sono nati da madri che si identificano come lesbiche offrono alla teoria e alla ricerca psicologica spunti interessanti poiché consentono di riconsiderare alcuni degli assunti tradizionali rispetto sia alla maternità sia all'omosessualità.

Mamme e lesbiche

Le prime generazioni di lesbiche, su cui la ricerca è meno documentata, ricoprivano il ruolo di madri e mogli che la società assegnava loro, reprimendo o vivendo clandestinamente i propri sentimenti per il timore di perdere i figli qualora le loro relazioni fossero state scoperte. Diversamente, le lesbiche degli anni Settanta hanno scelto più spesso uno stile di vita che escludeva la maternità. L'accesso alla cultura lesbica legato ai movimenti femministi ha fatto sì che per molte lesbiche il “coming out” significasse essere escluse dalla possibilità di essere genitori, rafforzando così la dicotomia presente nella società tra l'identità di madre e quella di lesbica. A questi due gruppi di madri se n'è aggiunto un terzo nella generazione successiva: quello delle madri intenzionali, cioè lesbiche che hanno figli senza avere rapporti sessuali con uomini, attraverso autoinseminazione, tecniche di procreazione assistita o adozione.

I figli nati in queste famiglie sono in crescita, a tal punto da essere spesso definiti come il frutto del lesbian baby boom (Patterson, 1994). Per la prima volta oggi le lesbiche, single o in coppia, possono costruire famiglie bi-generazionali in cui i figli non sono frutto di precedenti relazioni eterosessuali.

I differenti contesti in cui la maternità si inserisce fa sì che questo gruppo di donne debba affrontare situazioni specifiche e problemi anche molto diversi. Madri lesbiche separate e divorziate, ancora sposate o che decidono di realizzare in coppia il desiderio di un bambino, condividono con le madri eterosessuali tutte le esperienze che la maternità comporta, ma si trovano anche ad affrontare le non poche difficoltà derivanti dal confronto con una società non ancora pronta ad accogliere nuovi modelli di famiglia. È evidente, infatti, che il pregiudizio antiomosessuale è ancora molto diffuso, basti pensare alle istituzioni che si occupano della salute, dell'educazione e del lavoro: esse non solo non offrono supporto, ma, in molti casi, sono apertamente ostili ai genitori omosessuali e ai loro figli.

Le questioni più pressanti che le madri lesbiche, appartenenti ai diversi gruppi, devono affrontare riguardano tanto le madri e i figli quanto i rapporti che essi stabiliscono, singolarmente e come unità, con altre figure significative e con la comunità più ampia.

1.1. Le madri lesbiche separate o divorziate: tenere i figli

La crescente visibilità delle lesbiche che diventano madri attraverso le tecniche di inseminazione ha catturato l'interesse tanto della comunità gay che dei media, ma nasconde la realtà meno sensazionale per cui la maggior parte dei figli delle lesbiche è ancora nata in contesti matrimoniali. Le lesbiche che hanno scoperto la propria omosessualità mentre erano ancora sposate odopo la fine del matrimonio sono passate attraverso due tipi di transizione: hanno cominciato a riconoscere il proprio orientamento sessuale affrontando il coming out con se stesse e/o con
altri o hanno lasciato i loro mariti/compagni. Questi due passaggi non sempre avvengono nello stesso momento, ne esiste un legame diretto tra i due.

Il matrimonio è stato per molte una scelta desiderata e libera, influenzata a livello subconscio dalle aspettative culturali e familiari non più di quanto non lo sia per le donne eterosessuali.
Il passaggio da uno stile di vita eterosessuale a uno lesbico viene descritto come un percorso di trasformazione e rinascita che sfocia nella scoperta di "un vero Sé" e nella conquista di una serenità mai provata prima. Sentimenti di crescita personale e autoconsapevolezza sono contraddetti solo da quelli negativi sperimentati in rapporto a un ambiente esterno ostile. Come hanno osservato Lewin (1993) e Danna (1998) - autrice dell'unica indagine italiana condotta specificamente sulle madri lesbiche -, alla vergogna e all'isolamento spesso causati dalla pressione delle convenzioni sociali, del gruppo dei pari, della famiglia d'origine o dei mariti, possono aggiungersi altre difficoltà nel corso o in seguito alla separazione.

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1.2. Le madri lesbiche intenzionali: avere figli

Ancor più delle madri che sono state sposate o conviventi, le donne che scelgono di diventare madri dopo aver raggiunto la propria coscienza lesbica rappresentano una sfida alle nozioni tradizionali di famiglia e alla natura non procreativa dell'omosessualità (Barbagli, Colombo, 2001).

Le strategie che la donna sceglie per diventare madre rappresentano, al di là di quelle concretamente possibili, una parte essenziale dei suoi obiettivi tanto quanto il desiderio stesso della maternità.
Le donne che fanno ricorso all'autoinseminazione possono avere accesso alla maternità senza avere rapporti sessuali con un uomo e senza intervento medico; possono così esercitare il controllo sulla scelta e sul ruolo del donatore nella vita propria e dei figli.

I donatori si suddividono in quattro tipologie: donatori anonimi; donatori di cui si conosce l'identità ma con cui non si hanno contatti; donatori di cui si conosce l'identità e con cui si hanno contatti; donatori che saranno co-genitori. La ricerca del donatore giusto, proprio perché si tratta di accordi privati, richiede spesso numerosi tentativi e implica degli insuccessi. Le possibilità sono varie e vanno dai contatti personali (amici, fratelli delle partner, ex partner) ad associazioni maschili, da annunci sui giornali a gruppi di autoaiuto.

Proprio per questo la ricerca del donatore dovrebbe partire dalla riflessione sul tipo di relazione che si intende instaurare con lui, considerando i sentimenti delle persone coinvolte: i propri, quelli di un'eventuale partner, dei bambini e del donatore. A favore della scelta di un donatore anonimo vi è la paura che l'uomo, se conosciuto, possa cambiare idea sul proprio ruolo genitoriale e intraprendere battaglie per l'affidamento dei figli. I contatti sono tenuti da una persona amica con funzione di intermediario, la cui presenza rende in ogni caso la scelta dell'anonimato sempre reversibile.

Altre madri, che non vogliono che il padre biologico assuma un ruolo sociale per il bambino, vogliono però conoscerne l'identità, e talvolta incontrarlo. Il tipo di relazione da stabilire può essere messo in chiaro fin dall'inizio o svilupparsi man mano che i genitori si conoscono, oppure essere iniziata dal bambino (Saffron, 1995).

Mentre è difficile per lo Stato intervenire in accordi privati come quelli presi dalle donne che scelgono l'autoinseminazione, l'accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA) varia da paese a paese. In Italia un medico che oggi assista una donna non coniugata e non convivente con un uomo può essere colpito da una sanzione disciplinare da parte della federazione degli ordini. La legge 147/2003 restringe l'accesso alle tecniche di PMA esclusivamente a coppie sposate e conviventi; l'assistenza a donne single eterosessuali o lesbiche è considerata reato.

Per questo è difficile sapere quante sono e attraverso quali canali si sono mosse le donne che hanno scelto di diventare madri tramite inseminazione artificiale. La strada più battuta è quella di rivolgersi alle cliniche estere che non fanno discriminazioni sulla base dello stato coniugale o dell'orientamento sessuale.

Il principale motivo che conduce alla scelta di ricorrere a tali tecniche è la garanzia dell'assoluto anonimato del donatore e i controlli sanitari più sicuri delle cliniche sui candidati donatori. Anche in questi casi la scelta dell'anonimato è reversibile, perché in alcune cliniche è possibile depositare nome e informazioni sull'identità del donatore presso un avvocato in modo tale che il bambino, una volta maggiorenne, possa contattarlo (Griffin, 1998).

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3. Altre figure di riferimento: genitori biologici e co-genitori

Le madri lesbiche concordano sulla necessità di mettere in contatto i figli con una o più figure di riferimento maschili, poiché riconoscono il contributo che gli uomini offrono come portatori di differenze biologiche e sociali. Le aspettative e i sentimenti dei bambini nati all'interno di un matrimonio o di una convivenza eterosessuale nei confronti dei padri si intrecciano inevitabilmente con quelli delle madri, e variano secondo l'esito del matrimonio, degli accordi per le visite e il mantenimento dei figli e il grado con cui sono rispettati, non diversamente da come accade per le coppie eterosessuali.

Il padre biologico può essere una presenza sociale e di supporto economico nell'attualità della vita propria e dei figli oppure può non esserlo mai.

Diversa è la situazione per i figli avuti attraverso inseminazione, che non hanno molte basi per lo sviluppo di un rapporto personale con i donatori. Nei casi in cui gli incontri sono stati organizzati, le relazioni che si possono instaurare hanno pochi modelli di ruolo e di comportamento, il che rende necessario a madre e donatore far chiarezza sui propri sentimenti e stabilire un nome e un limite alla relazione (Lewin, 1993).

Il ruolo che la compagna della madre biologica ricopre nel nucleo familiare è di difficile definizione. Il termine stesso di madre non biologica è un'espressione comoda e parziale che inquadra questa figura nei termini di ciò che non è - ne madre ne padre - anziché di ciò che le appartiene; cogenitore, co-madre o madre adottiva sono possibili alternative. Alcune donne dicono di essere entrambe madri, enfatizzando la definizione sociale di madre; ad altre non piace perché desiderano riconosciuta l'unicità del proprio ruolo (Saffron, 1995).
Ancora una volta il contesto della maternità rende necessario operare alcune distinzioni.

Per le coppie già formate è più facile condividere i cambiamenti e gli impegni riguardanti la cura del bambino perché la madre non biologica non rimpiazza una precedente figura genitoriale. Quando invece una delle due donne è già genitore, il nuovo membro della famiglia non è il bambino ma la partner, che inizialmente può sentirsi dipendente dal coinvolgimento dei mèmbri della famiglia poiché non ha un legame ne formale ne relazionale col bambino. La madre deve così lavorare per creare uno spazio nella famiglia per lei e per condividere aree che prima gestiva da sola o con un compagno (Slater, 1999).

Dalla ricerca di Danna (1998) emerge che, anche quando le lesbiche hanno scelto la procreazione insieme, la madre non biologica percepisce il mancato riconoscimento del suo ruolo sociale come un ulteriore ostacolo all'essere accettata dal bambino. Quando due persone ricoprono insieme il ruolo genitoriale hanno col bambino rapporti inevitabilmente diversi e l'unicità del rapporto dipende dall'importanza data al legame biologico. Il ruolo materno e paterno, da sempre assegnato sulla base del genere, nelle famiglie lesbiche sembra essere invece suddiviso in base alle preferenze, ai tempi e alle abilità delle madri. Alcune hanno una netta preferenza per compiti di supporto e normatività, altre sono più portate a svolgere la funzione di cura (Wright, 1998).

Anche se tempi ed energie non sono sempre equamente distribuiti tra le partner, dallo studio di Wright sembra emergere che le coppie lesbiche riescono a stabilire un equilibrio nella gestione dei ruoli genitoriali, funzionale ai bisogni di tutti i mèmbri del nucleo familiare. In questo modo la madre biologica è alleggerita del peso derivante dal ruolo materno perché può condividere le responsabilità rispetto alle decisioni da prendere sui figli; la madre non biologica è, d'altro canto, incoraggiata, attraverso il coinvolgimento e la responsabilità, a sviluppare con loro un rapporto più profondo.


2 La ricerca 2.1. Gli obiettivi


Scopo della ricerca è stato quello di indagare i percorsi di coming out in un campione di madri lesbiche con i propri figli, con particolare attenzione alle modalità relazionali precedenti e successive alla maternità e a quelle attuali. Apparentemente il coming out è un processo connotativo del rapporto madre-figlio; in realtà esso è fortemente determinato dai rapporti tra adulti,
in particolare da quelli che le madri costruiscono nella propria vita sociale e relazionale.

Il nostro primo obiettivo è stato quello di osservare l'influenza di alcuni fattori sulla scelta delle madri relativa al coming out. Si è cioè voluto considerare l'influenza che variabili anagrafiche come il luogo di nascita, lo stato civile e la professione delle madri, l'età e il sesso dei figli possono aver avuto sulla scelta rispetto al coming out. Si è anche tentato di verificare se questo processo possa esser stato in qualche modo favorito dalle figure presenti all'interno dei nuclei familiari che le madri hanno costruito (mariti, compagne, altri familiari, amici); dal contesto della maternità; dal livello di conflittualità che ha caratterizzato la separazione dal coniuge/compagno delle donne che hanno avuto una relazione significativa col padre dei propri figli e da come sono state suddivise le responsabilità riguardanti la loro custodia. Si è voluto osservare inoltre se il tipo di rapporto che i figli hanno con l'eventuale compagna della madre possa aver avuto anch'esso un ruolo nella scelta di dichiararsi.

Abbiamo analizzato, in secondo luogo, il passaggio del coming out: l'età dei figli al momento del coming out, la modalità utilizzata, le reazioni dei figli, le paure delle madri e gli strumenti di supporto a loro disposizione. In ultima analisi, abbiamo osservato la struttura dei rapporti attuali: se e in che direzione il rapporto tra madri e figli si sia modificato in seguito al coming out e quale sia il rapporto dei figli con l'eventuale compagna della madre.


2.2. Materiali e metodi

II campione considerato è composto da 32 donne volontarie, reperite attraverso i contatti con le associazioni gay e lesbiche italiane e attraverso annunci inseriti nei forum dei principali portali omosessuali.
L'età delle donne varia dai 19 ai 56 anni, con un'età media di 38 anni. La maggior parte di loro - 22 - è nata e vive nel Nord; due al Centro; due al Sud o nelle isole. Una è immigrata dal Nord al Centro, una dal Sud al Centro. Due straniere sono immigrate al Centro e due al Nord.

Per quanto riguarda la condizione lavorativa, abbiamo osservato che la maggior parte del campione appartiene al ceto medio. Tré quarti delle donne intervistate ha, infatti, un lavoro dipendente: la metà svolge mansioni impiegatizie e un quarto è insegnante o educatrice. Una piccola percentuale appartiene a un ceto alto: quattro donne sono libere professioniste. Ancora minore è la percentuale delle appartenenti a un ceto basso: due donne sono operaie e due disoccupate. Lo stato civile delle donne è rappresentato da diciannove donne separate o divorziate, dieci nubili e tre coniugate.

L'esperienza di maternità è stata esaminata a partire dal numero, dal sesso e dall'età dei figli delle donne del campione. I figli sono 44, distribuiti equamente tra i sessi (23 maschi e 21 femmine) e con un'età media di 9,7 anni. Più della metà sono figli unici (21 casi), dieci sono le coppie di fratelli, una sola donna ha tre figli. 38 di loro sono stati concepiti in un contesto tradizionale, ossia all'interno di un matrimonio/convivenza; due sono frutto di un rapporto occasionale; tre sono stati concepiti col ricorso ad autoinseminazione e attraverso tecniche di PMA. Le unità familiari sono composte nella maggioranza da donne che vivono sole con uno o più figli (quindici casi); dodici donne vivono invece con uno o più figli e la compagna; due donne con uno o più figli e il marito; due con uno o più figli e la famiglia d'origine; una vive da sola.

La quasi totalità delle donne che hanno avuto una relazione significativa col padre dei propri figli ha poi affrontato una separazione (26 casi). Sette donne separate/divorziate hanno definito la separazione serena e otto conflittuale, due abbastanza serena e due abbastanza conflittuale, mentre sette si sono collocate nella posizione mediana. Delle sei che non hanno affrontato la separazione, quattro hanno vissuto la maternità all'interno di una coppia lesbica e due sono tuttora coniugate.

L'affidamento alla madre è la situazione più diffusa che caratterizza l'aspetto legale dei figli delle donne separate/divorziate (24 casi). L'affido congiunto è la seconda situazione più diffusa (6 casi). Nessun figlio è stato affidato al padre o ad altri familiari e una situazione è in corso di definizione. In sette casi non c'è stato intervento dell'autorità giudiziaria: di questi, un figlio è nato all'interno del matrimonio e due in una convivenza. Gli altri quattro casi rappresentano i figli nati attraverso autoinseminazione o PMA. Si tratta di un dato molto significativo: rispetto al campione intervistato da Danna nel 1996, composto interamente da donne che avevano concepito all'interno di una relazione eterosessuale, dalla nostra ricerca emerge che quattro donne hanno concepito senza ricorrere a una figura maschile.

Quanto alle figure maschili di riferimento per i figli, il padre biologico è la presenza più diffusa, sia da solo (19 casi), che affiancato da altri familiari, quali zii o nonni (io casi). In tre casi il ruolo di figura maschile di riferimento è assunto da familiari, in due casi da amici della madre e in quattro casi da entrambi. Tra coloro che riferiscono l'assenza di figure maschili, tre hanno concepito all'interno del matrimonio o della convivenza, una con rapporto occasionale, due attraverso inseminazione.

Sebbene la ricerca esplorativa privilegi strumenti qualitativi, nel nostro caso si è scelto di utilizzare uno strumento quantitativo come il questionario. La possibilità di servirci di interviste semistrutturate è stata quasi subito scartata poiché, data la delicatezza del tema, avrebbe potuto incontrare una certa resistenza nei soggetti. Si è pensato che un questionario avrebbe permesso di raggiungere un più ampio numero di persone, preservando allo stesso tempo l'anonimato in un campione con problemi di visibilità sociale e predisponendo i soggetti alla partecipazione.

La scarsità di ricerche sul tema in Italia non ci ha permesso di utilizzare uno strumento già validato. Per metterne a punto uno funzionale ai nostri obiettivi, una prima serie di aree da approfondire riguardanti l'esperienza delle madri lesbiche è emersa dalla letteratura straniera (Coleman, 1982; Bozett, 1987; Griffin, Mullholland, 1997; Pies, 2001) e dalle interviste effettuate,in Italia da Danna (1998). Successivamente una traccia di intervista contenente gli aspetti già individuati è stata inviata al campione in precedenza selezionato. Ad essa è stato unito l'invito a sviluppare in modo libero i temi contenuti in base alla propria esperienza. Hanno risposto alla richiesta di collaborazione dieci madri. Con quattro di loro, che sono riuscita a incontrare in seguito, sono stati approfonditi, sulla base della stessa guida, gli aspetti emersi con maggiore frequenza nei racconti on line. Si è pensato, infatti, che sarebbe stato difficile, trattandosi di un argomento poco noto e raramente studiato, definire a priori le domande specifiche da proporre nel questionario. Le domande aperte della traccia proposta potevano essere uno strumento flessibile capace di documentare prospettive non rappresentate e di far emergere i punti di vista dei soggetti, non ponendo vincoli rigidi rispetto al momento, alla sequenza o al modo in cui gli argomenti erano affrontati.

La codifica delle risposte emerse dai racconti on line e faccia a faccia con le madri è stata da noi utilizzata per determinare la gamma di risposte probabili al questionario e standardizzare così le alternative in forma di domande chiuse, più facili da trattare nella somministrazione più ampia del campione. La facilità di codifica, tabulazione e analisi delle risposte date, insieme alla velocità, al minor costo di somministrazione del questionario e alla necessità di ottenere risposte tra loro confrontabili, ha reso il formato chiuso più funzionale ai nostri obiettivi rispetto a quello aperto nella seconda fase della ricerca. Zammuner (1998) conferma l'utilità di condurre in parallelo ricerche che utilizzano l'uno e l'altro formato, dove le domande aperte sono preferibili nelle ricerche preliminari o nella fase di "ricerca pilota", mentre quelle chiuse in tutti quei casi in cui si può ipotizzare che il formato chiuso non comporti una perdita di informazioni rilevanti o una distorsione delle informazioni raccolte.

Il questionario è composto di 30 item, 29 a risposta chiusa e uno a risposta aperta. I sette item di tipo anamnestico indagano le seguenti aree: età, luogo di residenza, luogo di nascita, professione, stato civile delle donne, età e sesso dei figli, componenti del nucleo familiare.
Gli item dal n. 8 al n. 12 indagano il tema maternità, con particolare attenzione alle seguenti aree: contesto della maternità, condivisione della scelta di maternità, qualità della separazione da un eventuale ex coniuge/compagno, aspetti legali della relazione genitori-figli, figure maschili di riferimento nella vita dei figli. L'item n. 13 ha la funzione di filtro per selezionare le donne sull'aspetto centrale del coming out. A partire dall'item successivo il questionario si divide in due parti distinte. Hanno risposto alla prima parte (item dal n. 14 al n. 22) le donne che hanno fatto il coming out con tutti i loro figli e alla seconda coloro che non l'hanno fatto. Le donne che l'hanno fatto con alcuni ma non con tutti hanno risposto a entrambe le parti.

La prima parte indaga gli aspetti legati alla scelta e alle conseguenze del coming out con i figli: età dei figli; modalità; paure che hanno accompagnato il processo; risorse disponibili di supporto; reazioni immediate dei figli; valutazione della qualità della relazione madre-figli prima e dopo il coming out; qualità del rapporto dei figli con l'eventuale compagna della madre nel periodo precedente il coming out; valutazione del rapporto attuale dei figli con l'eventuale compagna della madre.

La seconda parte del questionario indaga i vissuti e le strategie delle madri che mantengono il segreto con i figli rispetto al proprio lesbismo: possibilità di una percezione autonoma da
parte dei figli dell'orientamento sessuale materno, in assenza di una comunicazione esplicita; motivazioni della scelta di mantenere il segreto; intenzioni rispetto a un futuro coming out e alle sue modalità; percezione della qualità del rapporto con i figli; valutazione degli aspetti della propria vita influenzati dal mantenimento del segreto; percezione della qualità del rapporto tra figli ed eventuale compagna.
Comune a tutte le intervistate è infine la domanda aperta n. 30, che invita ad aggiungere un quesito ai precedenti e a rispondere nello spazio sottostante, in base al proprio vissuto o esperienza. È stata inserita per far emergere possibili sviluppi e approfondimenti del tema di ricerca, proposti da chi vive in prima persona la situazione oggetto d'indagine.

Le alternative fornite per la compilazione sono state una compilazione al computer con spedizione in allegato a un'apposita casella di posta elettronica e quella in forma cartacea con spedizione via posta ordinaria/fax.

Il questionario è stato diffuso in collaborazione con il Centro di documentazione delle donne Associazione Orlando di Bologna e con il Circolo Arcilesbica di Bologna, che si sono resi disponibili a diffonderlo nelle loro sedi, durante gli eventi organizzati e nelle mailing list delle
iscritte. Un aiuto virtuale è giunto dal Circolo Arcilesbica di Trento e Napoli e dalla Linea Lesbica Italiana, che hanno diffuso il questionario nelle loro mailing list. Arcilesbica ha inoltre messo a disposizione uno spazio sul portale nazionale: da giugno a settembre 2003 è stato presente sulla home page un link di introduzione alla ricerca che consentiva di scaricare il questionario in formato PDF. Questa possibilità è stata di fondamentale aiuto per raggiungere anche chi, per motivi di riservatezza, sarebbe stata reticente a contattarci direttamente per richiedere il questionario. Le donne contattate si sono poste poi come ambasciatrici presso amiche e conoscenti, mettendoci in contatto con altre.

La somministrazione è stata effettuata tra giugno e ottobre 2003. Dei 32 questionar! auto somministrati raccolti, 24 sono stati compilati e inviati tramite e-mail; di quelli compilati in forma cartacea, due sono stati inviati via posta ordinaria, uno via fax e cinque raccolti durante gli eventi organizzati.


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2.3. Risultati

Le analisi effettuate sui dati raccolti hanno preso in considerazione le frequenze delle risposte e le percentuali corrispondenti a tutte le variabili del questionario. Poiché la maggior parte delle variabili è di tipo nominale, è stata applicata l'analisi del chi-quadrato per valutare la significatività di alcuni incroci. Molte analisi compiute su variabili a due a due sono state compiute dopo un'analisi log lineare da cui sono state ricavate le frequenze marginali e gli incroci da ritenere significativi.
Alcune variabili continue sono state inserite come variabili dipendenti e indipendenti all'interno di analisi di regressione multipla. Le stesse variabili sono state inserite come variabili dipendenti di un'ANOVA a una via e a due vie.

Tutte le analisi che mettono in relazione caratteristiche delle madri e caratteristiche dei figli sono state eseguite esclusivamente con riferimento ai figli unici e al primo figlio, giacché il numero di donne con più di un figlio decresce in modo molto rapido.
L'osservazione dei fattori che correlano con il coming out ha preso in considerazione in primo luogo le variabili anagrafiche: luogo di nascita, stato civile e professione delle donne. Il quadro che emerge è quello di un gruppo di donne che affrontano il coming out con i propri figli se sono state in grado - o se sono state poste in grado - di beneficiare di alcuni supporti sociali che attengono tutti all'area della visibilità e del riconoscersi in un gruppo identitario: buon livello socio-professionale, scarsa dipendenza economica dal padre e/o dalla famiglia d'origine, una relazione stabile di convivenza con una partner, l'interazione - e il conseguente supporto - di un gruppo di pari di riferimento. Tra questi, il fattore che è sembrato influire maggiormente è stata la professione, poiché tra le libere professioniste/imprenditrici vi è un maggior numero di coming out effettuati. L'interazione di età e sesso dei figli col coming out ha fatto emergere che l'età dei figli delle donne che hanno fatto il coming out è più alta di quella dei figli delle donne che non l'hanno fatto.

E emerso un collegamento tra la conflittualità della separazione dal marito/compagno riferita dalle donne separate e il coming out: le donne che non lo hanno effettuato affermano spesso di aver vissuto una separazione conflittuale dal partner.

L'incrocio tra la composizione dei nuclei familiari e il coming out ha evidenziato fra le donne che vivono con i figli e la compagna un maggior numero di coming out effettuati che fra le donne che vivono soltanto con i figli. Abbiamo ipotizzato che la presenza effettiva della compagna nell'unità familiare abbia reso difficile nascondere o giustificare la natura della relazione ai figli, magari adolescenti, costituendo quindi una spinta al coming out.

Si è potuto osservare che tutti i figli delle donne che hanno effettuato il coming out conoscevano la compagna della madre anche prima della comunicazione verbale. Tra i figli di coloro che non l'hanno fatto, cinque considererebbero la compagna della madre come una figura genitoriale. Tuttavia, il tipo di relazione tra figli e compagna non avrebbe avuto influenza sul coming out stesso.

Dalle analisi risulta, inoltre, che ne il luogo di nascita e lo stato civile delle madri, ne il sesso dei figli sono stati determinanti nella decisione del coming out. Il tentativo di verificare l'influenza del contesto della maternità sul coming out non ha dato risultati significativi.

Degli altri fattori relazionali presi in considerazione, ne il contesto in cui è avvenuta la gravidanza (matrimonio, rapporto occasionale o tecniche di inseminazione), ne la figura con cui la gravidanza è stata progettata correlano con la decisione di dichiararsi ai figli. Neppure la presenza del padre biologico nel nucleo familiare e il tipo di affido (alla madre o congiunto), che caratterizza la situazione legale dei figli, pare aver avuto incidenza.

Il coming out ha coinvolto tredici donne e diciassette figli; dove sono presenti fratelli il coming out è stato fatto con entrambi. La comunicazione sembra essersi distribuita in modo uniforme tra le fasce d'età dei figli. Dalle dichiarazioni delle donne, sembrerebbe che nove bambini tra zero e sei anni siano a conoscenza del lesbismo della propria madre. Sono i figli nati attraverso metodi di inseminazione e/o cresciuti fin dall'infanzia tra due figure femminili di riferimento.

Il ciclo di vita delle famiglie lesbiche generalmente prevede prima l'osservazione e poi l'esplicitazione della reazione sentimentale lesbica con atti verbali che man mano vengono adeguati all'età dei figli (Danna, 1998).

È dunque verosimile che le madri che hanno risposto in questo modo stiano attraversando la prima fase, ma non abbiano ancora verbalizzato il loro orientamento sessuale.

Nei casi di chi non è cresciuto insieme a due figure femminili sembra essere invece più facile individuare un atto verbale di nomina dei rapporti di coppia della madre con altre donne (Danna, 1998). Il coming out è stato fatto con quattro figli tra i 6 e gli n anni, con quattro tra i 14 e i 18 anni, con nessun maggiorenne. La comunicazione si è svolta per lo più m modo graduale (otto casi), in un passaggio dall'osservazione alla verbalizzazione che ha seguito la crescita e l'acquisita maturità dei figli. In tre casi il coming out è stato compiuto attraverso un discorso esplicito. Una donna ha fatto un discorso diretto al primo figlio, procedendo in modo più graduale con il secondo. In nessun caso l'iniziativa è partita direttamente dai figli ne da altre figure significative. In un caso il coming out della madre è stato obbligato a causa di voci arrivate al figlio in merito. Dallo studio di Saraceno (2003) emerge che il 42 per cento delle madri lesbiche intervistate è visibile ai propri figli più per averlo fatto capire senza un discorso esplicito (42 per cento) che attraverso un discorso diretto (38 per cento).

Secondo Saffron (1995), la comunicazione dovrebbe essere graduale in rapporto all'età e alla capacità di comprensione del bambino ed essere affrontata in più occasioni. Per Kirkpatrick (1996) lo svelamento del lesbismo materno è più facile per i bambini che si trovano a metà dell'infanzia o in tarda adolescenza e più difficile negli anni tra l'inizio e la metà dell'adolescenza.

Coerentemente, Huggins (1989) ha mostrato che i bambini che vengono a conoscenza dell'orientamento sessuale materno durante l'infanzia hanno un livello di autostima maggiore di coloro che lo vengono a sapere nell'adolescenza. La paura più diffusa tra le donne è stata quella della stigmatizzazione esterna, seguita dal timore del giudizio negativo dei figli e da quello di perderne l'amore. Anche la paura di una reazione negativa di altri significativi è stata indicata. Sette madri hanno tuttavia dichiarato di non aver avuto nessuna paura ad affrontare il coming out con i figli.

Il maggiore supporto alle madri in questo processo è stato dato dagli amici e da altre madri lesbiche (indicati rispettivamente otto e nove volte). Sono seguite l'introduzione dei figli in ambienti omosessuali (cinque) e il contributo dei mass media (cinque), poi quello degli psicologi (tre). Il sostegno dei familiari e dell'educazione scolastica sembra essere stato minimo, essendo stati indicati entrambi in un solo caso. Quattro madri hanno evidenziato, infine, il supporto ricevuto dalle loro compagne.

Le reazioni dei figli alla comunicazione sono risultate, nel resoconto delle madri, di comprensione e accettazione in nove casi. Negazione e rifiuto sono state le reazioni di quattro dei figli. Bozett (1980) spiega che prima di arrivare ali'accettazione il bambino passa attraverso numerosi stadi in cui sperimenta sentimenti che comprendono chiusura, confusione, incapacità di capire davvero ciò che il genitore intende dire, preoccupazione, vergogna, paura, senso di colpa, sfiducia.

Il lavoro di Lewis (1980) su 21 figli di madri lesbiche tra i 9 e i 26 anni ha evidenziato come la reazione immediata al coming out dei genitori, di negazione di qualsiasi dolore o paura, somigli a quelle rilevate nei figli di genitori divorziati eterosessuali. Dopo le prime reazioni sembra che la situazione tenda a stabilizzarsi. Lamothe (1989) analizza le difficoltà di dieci madri lesbiche divorziate con le figlie adolescenti: il processo è stato difficile e problematico ma utile, perché le madri riferiscono un miglioramento del rapporto con le figlie; in questa fase le madri sono ricorse a forme diverse di psicoterapia o di consulenza psicologica.

L'ultimo aspetto che abbiamo voluto analizzare è stato quello dei rapporti attuali tra le madri, le loro compagne e i figli. Il coming out non sembra aver apportato significativi cambia menti nel rapporto madre-fìglio. In un solo caso una donna, che ha riferito un rapporto conflittuale col figlio prima del coming out, ha dichiarato che esso sarebbe migliorato in seguito ad esso. Per le altre donne, che hanno dichiarato il rapporto con i figli generalmente positivo, la percentuale di miglioramento, peggioramento e stazionarietà del rapporto in seguito al coming out è stata pressoché la stessa.

Anche il rapporto dei figli con un'eventuale compagna della madre sembra esser stato caratterizzato da accettazione, dopo iniziale gelosia. Non sono stati riferiti casi di rifiuto ne di situazioni in cui i figli non hanno conosciuto almeno superficialmente la compagna della madre.

Per quanto riguarda le diciannove donne che non hanno fatto il coming out con i figli, secondo undici di loro essi avrebbero intuito il loro orientamento sessuale, secondo otto assolutamente no. La motivazione più fornita a favore di tale scelta è stata la giovane età dei figli stessi o la paura che non capirebbero a causa dell'età; in secondo luogo, il senso di protezione dall'esterno. La maggior parte di loro ha dichiarato l'intenzione di fare il coming out in futuro (tredici casi), aspettando però che siano i figli stessi a prendere l'iniziativa (sette casi). Il rapporto con i propri figli è stato descritto come generalmente positivo. Metà delle donne ha dichiarato che il segreto rispetto al proprio lesbismo con i figli non influenzerebbe nessun aspetto della loro vita. Alcune hanno riferito l'interferenza di esso nella propria vita sentimentale; anche il conflitto con se stesse e un'influenza negativa sulla comunicazione con i propri figli sono stati segnalati.

L'apprensione per l'ambiente che i bambini potrebbero trovare a scuola o fra gli amici, e per le conseguenze delle loro dichiarazioni, insieme alla costante paura di minacce legali, sono le più frequenti motivazioni che emergono dalla ricerca di Danna (1998) sul perché le donne lesbiche preferiscano non svelare ai figli il proprio orientamento sessuale.

Il compito suggerito dalla domanda aperta ha, infine, evidenziato altre tematiche importanti, fornendo spunti per approfondimenti del fenomeno e miglioramenti dello strumento. Sono emerse in modo rilevante sia le tematiche autocentrate, su tempi e modi di presa di coscienza della propria omosessualità, che quelle centrate sui figli, in particolar modo sui dubbi relativi al loro orientamento sessuale e al rapporto con la società. Emerge il dubbio rispetto alle reazioni di amici ed ex compagni rispetto al coming out e all'incidenza di esse nella relazione coi figli. Hanno infine trovato spazio in questa parte dell'indagine preoccupazioni riguardanti i conflitti e le gelosie di coppia legati alla presenza dei figli.

Il percorso di coming out con i figli rappresenta solo una delle tappe di un processo più ampio e graduale. L'impressione è che l'accettazione e la ristrutturazione dell'identità omosessuale in relazione alle figure adulte significative, e ancora prima con se stesse, non sia stata completata. Questo sarebbe in linea con le nostre analisi, per cui conflitti in relazioni significative avrebbero condizionato l'approccio al coming out con i figli e la qualità del suo esito.

In Italia le tematiche relative alla genitorialità omosessuale sono rimaste a lungo escluse dall'ambito accademico ed emarginate dal dibattito politico. Le ricerche sono state pressoché assenti fino ai primi anni Novanta, quando la pubblicazione di alcuni saggi (Bonaccorso, 1994; Ciriello, 2000) e della ricerca sociologica di Danna (1998) su un campione di 52 madri lesbiche hanno aperto la strada a nuovi approfondimenti.

Con questo lavoro sono stati raccolti i primi dati su un tema quasi del tutto inesplorato dalla ricerca italiana. Per questo motivo e per la scarsa visibilità del fenomeno nella società, il campionamento, la messa a punto degli strumenti, la loro somministrazione e l'analisi dei dati raccolti hanno richiesto molta attenzione ed energia. Gli aspetti e le connessioni evidenziate sono relativi a un campione statisticamente non rappresentativo di una popolazione, quella delle madri lesbiche, che in Italia non è mai stata quantificata. Se le dimensioni del nostro campione sono ridotte e non permettono ampie generalizzazioni, va sottolineato che sia le ricerche statunitensi che anglosassoni hanno raramente riportato studi su campioni superiori ai 50 soggetti.
Le connessioni evidenziate vanno quindi intese come spunti di riflessione, segnali di una situazione del tutto parziale e transitoria, ma di grande importanza. Il duplice compito delle madri lesbiche di provvedere alla protezione delle loro famiglie e all'affermazione dell'unicità e validità di esse presso i loro bambini illustra l'interdipendenza delle relazioni all'interno della famiglia e nella comunità. In generale, la problematicità del rapporto fra una madre lesbica e i propri figli pare stemperata dalla condivisione e accentuata da situazioni di esclusione sociale.

Attraverso tutte le fasi del lavoro, il bisogno di visibilità si scontra spesso col dover affrontare situazioni complesse in solitudine. «Mi piace fare da pioniere - spiega una donna intervistata - è nel mio carattere ma in realtà nessuno ti può aiutare a trovare le tue risposte, a meno che non abbia già fatto il tuo percorso e, anzi, sia arrivato un passo più avanti. Manca una cultura che abbia fatto una sua strada: conosciamo altre lesbiche e gay ma nessuno con figli o con progetti di famiglia. Per questo è faticoso, ad ogni domanda ci sei tu, la tua esperienza e la tua coscienza». Così i percorsi si moltiplicano e rendono necessario il ricorso a strategie personali, come emerge nella storia elaborata da un'altra delle madri per aiutare il figlio a comprendere la propria omosessualità: «Gli ho spiegato come una volta i mancini erano mal visti, erano obbligati ad usare la destra, addirittura a scuola legavano loro la mano dietro la schiena. E così i mancini si trasformavano in destri, ma nel profondo rimanevano quel che erano».

3 Ulteriori prospettive

Questo studio, offrendo alcuni spunti di riflessione e di approfondimento sul tema della genitorialità omosessuale, vorrebbe essere di stimolo a iniziare una ricerca sistematica su tali fenomeni, riconsiderando le relazioni, i ruoli, i valori e il nuovo modello culturale proposto da questi nuclei familiari. La diffusione dei risultati delle ricerche potrebbe inoltre dare un forte contributo per sostenere le sfide che tali famiglie affrontano quotidianamente nella società e sfatare miti e stereotipi, abbassando così i livelli di discriminazione e stigmatizzazione presenti.

Sarebbe inoltre auspicabile una riflessione attenta e un investimento di energie da parte dei professionisti - psicologi, psicoterapeuti e consulenti - per la costruzione di una metodologia comune in grado di affrontare e supportare tali realtà familiari che, diventando più visibili, potrebbero richiedere più spesso aiuto e consulenza.

L'intervento psicoterapeutico può essere un'importante risorsa per assicurare protezione e supporto a genitori e figli nelle fasi dei percorsi di coming out, così come nella separazione dei genitori e in caso di ricostruzione del nucleo familiare con una persona dello stesso sesso, preoccupati principalmente degli effetti disturbanti che la stigmatizzazione, la mancanza di riconoscimento legale e l'immagine negativa attribuita alle loro famiglie potrebbero avere sui bambini.

L'intervento del terapeuta può essere rivolto ad assicurare un supporto sia verso l'esterno (scuola, compagni di scuola, vicini) che verso l'interno (madre, padre, genitore sostitutivo, fratelli acquisiti). Un'altra preoccupazione è quella legata alla mancanza di modelli di ruolo maschile o femminile: l'intervento si potrebbe focalizzare sul ruolo giocato dall'omofobia interiorizzata e sulla condivisione dei risultati delle ricerche che rivelano l'assenza di differenze di rilievo nello sviluppo dei bambini di genitori omosessuali rispetto a quelli di genitori eterosessuali (Belcastro et al., 1993; Patterson, 1996). Anche la gestione delle problematiche legali, quali la scelta della madre e del donatore, possono richiedere un sostegno nel? affrontare eventuali vissuti di frustrazione e di squilibrio di potere nelle relazioni di coppia. Infine, facilitare tra i genitori la discussione sulla suddivisione delle responsabilità dell'allevamento potrebbe aiutare la negoziazione dei ruoli e la gestione dei lavori domestici, in assenza di un copione di riferimento (Ariel, McPherson, 2000).
Per migliorare la qualità dell'intervento con le famiglie omosessuali sarebbe importante integrare nei programmi di formazione universitaria e post universitaria tematiche quali la sessualità umana, lo sviluppo dell'identità gay, lesbica e transessuale, gli effetti della stigmatizzazione su individui, coppie e famiglie, i fattori etnici e culturali che influenzano tale identità, i problemi sperimentati sul lavoro, il coming out e i suoi fattori d'influenza, le dinamiche relazionali e amicali specifiche. L'intervento di sostegno alle famiglie deve valorizzare e integrare il ruolo del partner e/o della rete supportiva amicale che, nel vuoto del supporto istituzionale e spesso delle stesse famiglie d'origine, costituisce una vera e propria famiglia alternativa.
Un altro supporto è rappresentato da organizzazioni e gruppi di autoaiuto che mettono in contatto i genitori omosessuali e i bambini tra loro, con iniziative di sostegno e ricreative, molto attivi all'estero e di recente introduzione anche in Italia grazie all'attività di Famiglie Arcobaleno.

Attraverso l'informazione, l'accoglienza, il sostegno legale e psicologico, questi gruppi offrono da un lato ai genitori opportunità di confronto e di diffusione di strumenti utili per la crescita dei figli, dall'altro ai bambini un'esperienza di rispecchiamento e gli strumenti per difendersi dall'omofobia dei pari. Un'ulteriore risorsa, molto diffusa all'estero, è rappresentata da pubblicazioni (ad esempio Corley, 1990), anche on line, di supporto ai genitori omosessuali nel processo di coming out con i loro figli: attraverso l'analisi delle paure dei genitori e delle domande ricorrenti dei bambini, suggeriscono percorsi e risposte possibili.

Infine, un'altra interessante risorsa, diffusa negli Stati Uniti e più di recente in Europa, è data dalla letteratura per l'infanzia: l'illustrazione di storie che hanno per protagonisti bambini con genitori omosessuali può contribuire a validare il tipo di famiglia in cui vivono e avere un impatto positivo sui livelli e i tempi della comprensione e dell'accettazione.



Note

1. Modi di. la prima indagine estensiva su un campione di 6.774 persone sulla salute di lesbiche, gay e bisessuali finanziata dall'Istituto superiore di sanità all'interno del V Programma nazionale di ricerca sull'AIDS. Un questionario anonimo ha raccolto dati su stato di salute, comportamenti sessuali, fattori di rischio e di protezione nei confronti dell'HFV/AIDS, uso di sostanze, modalità di accesso alle risorse di prevenzione e benessere e vita di comunità (cfr. www.modidi.net).

2. Tradotto in italiano come "uscir fuori" o "venir fuori", indica la scelta deliberata di rivelare il proprio orientamento sessuale. L'espressione coming out è spesso confusa con outing, che indica l'atto di dichiarare l'orientamento sessuale di una persona non visibile, da parte di terzi, senza il consenso della persona interessata. L'opposto di una persona che ha fatto il coming out ("dichiarata") è indicata nel gergo gay col termine "velato".

3. Informazioni sull'assistenza e le attività sul sito www.famigliearcobaleno.org.

4. Negli Stati Uniti, tra le prime pubblicazioni segnaliamo Newman (1991) e Wilihaite (1991) e, in Francia, Texier (2004).