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Cronaca di un’Unione civile e gaia

“Grazie per esservi tolt* la maschera anche per chi non ce la fa”.

Queste parole pronunciate, con tanta emozione, da una studente del “Liceo Fermi” di Salò dopo una mattinata contro le “parole d’odio” (hate speech) cui ho avuto la fortuna di partecipare come testimone, continuano a risuonarmi dentro come un mantra.

Per chi, come me e la mia compagna, ha alle spalle tanti anni di militanza nel movimento lesbico separatista, ha sempre creduto nella politica del partire da sé, della comunità come elemento naturale in cui crescere, acquisire e condividere consapevolezza, la questione diritti civili è sempre stata un po’ fonte di imbarazzo.

In primo luogo  perché una buona parte  del movimento LGBT si è  rinchiuso in rivendicazioni autoreferenziali, sordo ad un contesto sempre più violento ed escludente nei confronti di altre persone e realtà messe ai “margini”.

Per non parlare dell’Istituzione “matrimonio” da sempre al centro di critiche più che motivate, e  dell’ambiguità di un riconoscimento “concesso” e che, solo, sembra legittimare il vero amore.

L’approvazione, quasi inaspettata della legge Cirinnà – ma del resto ai tempi di Papa Francesco “le cose cambiano” – ha  creato quindi un grande sommovimento interiore in molte di noi.

Al di là delle questioni pratiche che aiutano a semplificare la vita: casa in comune, asse ereditario, salute, reversibilità… quali i motivi per celebrare un’Unione?

A meno di un paio di mesi dall’ Unione che mi ha visto co-protagonista posso dire che è stato l’atto più politicamente felice che potessi compiere in un contesto come il nostro; non avrei mai pensato infatti che potesse  innescare una serie di reazioni positive a catena in tutte le persone con cui  abbiamo parlato o interagito.

Io e la mia compagna siamo  pubblicamente visibili come lesbiche da più di 20 anni, da quando siamo state tra le co-fondatrici  di Pianeta Viola, la prima associazione lesbica bresciana, ma l’esserci assunte la  responsabilità di comunicare ad ogni persona a noi vicina sia nel privato, sia nel pubblico, come nel nostro ambiente di lavoro, la scuola, ha significato un salto di qualità nella relazione che ci ha pienamente ripagato dell’ansia e della paura di fare il passo più lungo della gamba.

Quando alla cerimonia, a sorpresa, abbiamo  trovato le/i  ragazz* con le loro mamme o papà insieme agli splendidi biglietti e pensieri che ci hanno fatto pervenire, ci siamo rese conto della straordinaria occasione relazionale che scaturisce dal mettersi in gioco con semplicità e fiducia.

La possibilità di provare a riprendere il discorso con parenti con cui si era interrotto bruscamente al momento del coming out; e riuscire magari a riprendere il filo con i figli o le figlie.

Trovare o sentire le  parole di affetto e rispetto mai pronunciate prima da persone più o meno vicine, l’intensità di una celebrazione comunitaria con  le giovani donne con cui siamo cresciute in tanti anni di percorso comune.

Per questo mi sento di concludere chiedendo a donne lesbiche e gay che hanno intenzione di unirsi un atto di generosità.

Non ricorrete a una cerimonia intima, quasi privata: regalate a voi stess* e a chi vi sta a cuore un’ Unione Civile gaia e condivisa.

Non ci accontentiamo di essere favolos*: vogliamo anche contagiare e rendere il mondo un po’ più felice e colorato.

P.S. In occasione della nostra Unione Civile abbiamo chiesto alle persone invitate un contributo per il progetto di Emergency in Afghanistan dedicato a Simone, un ragazzo bresciano, figlio di una cara amica, prematuramente scomparso. Ci piacerebbe che l’idea di condividere attenzione risorse per i tanti progetti che ci aiutano a restare umani divenisse contagiosa e fosse il segno tangibile di quel percorso di consapevolezza solidale che il movimento LGBT ha saputo, in tante occasioni, mettere in campo.

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