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GIOCARE CON LE TETTE

continua a leggereE se la rivoluzione partisse dai campi di calcio sgangherati “riservati” alle ragazze?
Ci sono presentazioni e presentazioni; a volte sono pleonastiche e nulla aggiungono alla ricchezza e all’interesse  del testo scritto.

Quella  con Milena Bertolini, curatrice del libretto “Giocare con le tette” -scritto e donato da  un’anonim* alla Fondazione per lo sport del Comune di Reggio Emilia – nonché allenatrice della mitica squadra di calcio femminile del Brescia,  è un’occasione quasi unica per guardare con occhio critico e ironico allo “sport” per eccellenza: il calcio.

Se lo si fa poi da una prospettiva così squilibrata in termini di soldi e potere,  ma si mettono in campo competenza, autorevolezza, esperienza e passione ne risulta un ribaltamento dei termini dissacrante e imprevedibile.

Perché il libro racconta sì la storia  del calcio femminile dai suoi curiosi esordi da avanspettacolo, ma insieme delinea il profilo del maschio italico da bar-dello-sport che sembra vantare dirette discendenze dai popoli della steppa. Se non altro nell’ampiezza di vedute.

Se il povero Belloli, Presidente della lega calcio dilettanti,  avesse sospettato che la sua infelice uscita “basta dare soldi a queste quattro lesbiche” avrebbe messo in moto una tale reazione a catena, spontanea e diffusa, probabilmente sarebbe stato più accorto.

Il fatto è che le sue parole, probabilmente condivise dall’apparato calcistico  maschiocentrico nostrano,  hanno fatto esplodere  una situazione di squilibrio e discriminazione di “genere” che ha dell’incredibile.

Un esempio per tutti: la squadra femminile del Brescia calcio, assurta agli onori della cronaca per aver vinto il campionato ed eliminato in Champions League squadre ben più blasonate di professioniste, è costretta ad allenarsi in un campetto parrocchiale di periferia perché lo stadio è riservato ai colleghi maschi.

E lo stesso vale per le altre squadre; la’ dove ci sono, naturalmente, perché spesso anche le società di calcio più ricche e famose neanche ci pensano a una squadra femminile.

Le ragazzine che vorrebbero giocare si trovano a dover superare mille difficoltà, ma prima di tutto devono convincere i genitori che si trovano  a dover affrontare il pregiudizio sociale che il calcio sia solo un gioco maschile.

È interessante vedere come in questo caso, quasi unico, la realtà americana con le ” soccer moms” le mamme che si organizzano per accompagnare le proprie figlie alle partite e agli allenamenti di calcio non rappresentino per niente un esempio da seguire.

Dopo le parole di Belloli però scoppia  la protesta: le ragazze del Brescia e del Tavagnacco rifiutano di disputare la finale di coppa Italia.

La protesta rientrerà solo dopo la sfiducia espressa all’ unanimità dalla Fgci nei confronti del presidente.

Ma, colpo di scena o vendetta trasversale? A  poche ore dall’incontro Brescia – Tavagnacco  l’erba del campo di calcio non è stata tagliata, tantomeno segnate le linee. Sistemato alla bell’e meglio, dopo  una legittima protesta, le ragazze vengono convinte a giocare: vince il Brescia, le ragazze delle due squadre rifiutano di essere premiate dalle “autorità” sportive e si premiano e si festeggiano tra loro.

Uno dei passaggi più significativi nell’incontro  con Milena Bertolini è stato il racconto della sua esperienza di allenatrice – aggiungerei formatrice – quando le sue ragazze si  trovano a competere con squadre maschili; la prima cosa che si trova a fare è quella di andare negli spogliatoi dei ragazzi per rassicurarli e aiutarli a superare il proprio nervosismo, portato di una cultura dove l’essere eventualmente sconfitti da una squadra di “femmine” equivale a uno smacco identitario insostenibile.

E allora si capisce come  l’uscita del libro, con quel titolo volutamente provocatorio, abbia provocato un piccolo terremoto e una serie di boicottaggi più o meno espliciti cui ha fatto da contraltare, fortunatamente, un’attenzione mediatica abbastanza sorprendente.

Diventa allora davvero importante moltiplicare le presentazioni, organizzarle in modo da coinvolgere chi svolge ruoli educativi di vario genere: può essere uno strumento educativo e di riflessione sui ruoli di genere,  sulle gabbie e gli stereotipi che condizionano e impoveriscono le nostre vite.

Giocare con le tette, il cervello e il cuore può davvero fare la differenza.

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GIOCARE CON LE TETTE

Anonimo, a cura di Milena Bertolini

Aliberti compagnia editoriale, 10 

 

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