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INTERCULTURA. E LE LESBICHE?

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Francesca, a bordo campo prima della partita di calcio a 5/LFS 2017

Si sono appena conclusi i quattro giorni del Festival Lesbiche Fuorisalone e quest’anno, per la prima volta, ho avuto la possibilità di partecipare ad una delle giornate di tornei, incontri, laboratori.. sono stata colpita particolarmente dall’incontro “Va tutto bene, riconoscere e negare” con gli interventi di Veronica Noseda e Rahel Sareke. L’introduzione della moderatrice Rachele Borghi ha portato in evidenza i termini multuculturalismo, interculturalità, integrazione e differenza, lanciando al pubblico intervenuto gli interrogativi:

Queste questioni ci riguardano in quanto lesbiche? Possiamo mobilitare la nostra identità lesbica per posizionarci rispetto alle migrazioni e alle questioni sociali che esse contemplano?

La mia risposta è sì; personalmente credo che queste questioni ci riguardino molto da vicino; stasera, in compagnia di una buona bottiglia di vino, qualche sigaretta che si consumerà lentamente appoggiata al bordo del posacenere e le immancabili cuffiette nelle orecchie che riproducono la musica remixata di Ludovico Einaudi, cercherò, partendo dai termini cultura, diversità culturale, multicultura e intercultura, di spiegavi le motivazioni che mi hanno condotto alla risposta.

Ma prima rispondete a questa domanda. Cosa significa il termine “cultura”?

Il termine “cultura” ha significati estremamente diversi, infatti oggi “cultura” allude alla realtà multiforme del mondo contemporaneo, indica il comportamento di una persona che, tramite il suo agire ci rende possibile collocarla all’interno di un predeterminato ambiente sociale; ci si riferisce quindi alla “cultura di appartenenza” di una persona, e allo stesso tempo indica indicare le conoscenze, le competenze di un individuo; cioè il suo “livello di cultura”. I due significati sono paradossalmente legati tra loro in quanto tramite la cultura, intesa come conoscenza, è possibile dare una lettura delle culture che compongono la società odierna.

Queste definizioni le possiamo trovare in un qualsiasi dizionario ma iniziamo ad entrare più nello specifico cercando di scoprire quali sono le nozioni di “cultura” nell’ambito della sociologia. Questa disciplina, all’inizio del Novecento, differenzia quattro elementi nella cultura: valori, norme, concetti e simboli.

I valori sono i criteri attraverso i quali si valutano positività o negatività di un comportamento o di un oggetto, operano influenzando il pensiero e l’azione, e si manifestano attraverso le idee (giustizia, bellezza, sacro). Naturalmente essi “valgono” solo all’interno di concreti contesti “storico-culturali” che li riconoscono come tali.

Le norme costituiscono un sistema di prescrizioni e divieti che traducono i valori in indicazioni che guidano gli individui. Alle norme può corrispondere un imperativo socialmente condiviso, in questo caso esse si configurano come leggi, oppure possono operare attraverso una interiorizzazione da parte dei membri del gruppo, si parla di norme morali, queste hanno una valenza più o meno intensa in funzione dell’individuo. La particolarità delle norme morali è che, in caso di trasgressione, non è prevista una pena, come nel caso delle leggi, ma la sanzione può consistere in un senso di colpa del trasgressore e/o una riduzione delle sue capacità di agire socialmente, perpetuato dal gruppo.

I concetti sono l’insieme degli strumenti che strutturano l’esperienza cognitiva, cioè che strutturano l’acquisizione delle conoscenze; e quindi permettono di descrivere la realtà.

I simboli sono immagini, parole che condensano sistemi complessi di saperi e credenze, che agiscono collegando significati espliciti con altri da esso implicati. Svolgono un’importante funzione comunicativa ma soprattutto d’identificazione.

Per molte di voi sarà scontata questa affermazione, ma ora è necessario banalizzare per poter procedere: esiste una subcultura lesbica all’interno della cultura italiana, che si differenzia da questa per simboli, concetti, norme morali e valori. Basti pensare agli arcobaleni, al triangolo nero, alla lamba, all’intreccio del simbolo astrologico del pianeta Venere; ai concetti di femme, butch, lipstick oppure tomboy.

Il sempre più frequente utilizzo da parte dei media della nozione di “diversità culturale”, evidenzia l’esistenza di una pluralità di culture nelle strutture delle società odierne, non è più possibile quindi ricondurre ad un unico modello, gli stili di vita, i modelli comportamentali, le rappresentazioni sociali e valoriali, le forme dei rapporti intersessuali e intergenerazionali.

Differire significa relazionarsi ad altro da ciò con cui ci si riconosce. Solo differenziando quanto si sente interno a uno spazio “proprio” rispetto ad uno esterno percepito come “altro” è possibile costruire la propria identità. L’evidenza di questa costruzione è fondamentale, la non considerazione di questa, porta a far considerare la propria identità come qualcosa di sostanziale, e quindi alla creazione di un pregiudizio implicito, di un punto di vista unico, indiscutibile e privo di contraddizioni; ciò trasferisce alla diversità il significato di differenza di valore, in quanto il “diverso” diventa non degno di convivere con l’unico modello accettato. Purtroppo questa dinamica ha agito profondamente nella società occidentale, creando categorizzazioni sociali, etniche e raziali. Solo ora, grazie alla complessità sociale che si è venuta a creare, sia a causa dei processi di globalizzazione sia per effetto della celerità delle trasformazioni sociali, risulta impossibile procedere con queste categorizzazioni. L’organizzazione ed il governo della società stessa può avvenire, ora, solo grazie alla lettura e alla valorizzazione delle diversità; le pluralità diventano una risorsa se ricondotte ai loro meccanismi di formazione e per far ciò è necessario, in primo luogo, riconoscere che le differenze di valore sono in realtà esiti di costruzioni sociali.

Per molto tempo la diversità culturale è stata individuata dal multiculturalismo, ma questo termine fa prevalere l’aspetto di categorie normative e quindi che si riferiscono ad una scala di valori. Le teorie multiculturali riconoscono le diverse culture, né sostengono il valore e auspicano che queste si mantengano inalterate nel tempo; cosa difficilmente possibile. Quindi, nella prospettiva multiculturale, una cultura viene rappresentata come un’entità omogenea e inalterabile, ed il gruppo sociale che s’indentifica in questa, ha un’immagine della propria comunità come una scatola chiusa e perfetta. In questa raffigurazione le culture non sono permeabili, non necessitano di relazionarsi tra loro per raggiungere un’autoidentificazione, tutto questo porta ad un atteggiamento difensivo e alla creazione delle categorizzazioni sociali, etniche e raziali ma anche a conflitti interni, che si sviluppano quando alcuni membri di questi gruppi sociali autoreferenziali, non aderiscono ai modelli di comportamento idealizzati del gruppo.

Dai limiti delle teorie multiculturali, gli stessi che hanno sviluppato le rivolte nelle banlieue francesi, si sviluppa la prospettiva interculturale. Che si differenzia da quella multiculturale grazie alla dimensione dell’incontro e dello scambio tra culture che questa implica; ciò non solo consente agli individui di costruire la propria identità grazie alla relazione con l’altro, ma ha anche un’azione formativa delle culture stesse, che si riscrivono, si trasformano ibridandosi negli spazi di confine, nelle aree di contatto. La visione interculturale modifica il rapporto tra cultura e società, evidenziandone l’intreccio e la crescente liquidità dell’una e dell’altra.

Partendo dal presupposto che le lesbiche si relazionano quotidianamente con “l’altro”, dato che appartengono ad una subcultura, dovrebbero riuscire facilmente a non considerare la propria identità come sostanziale (Attenzione, parlo di identità non di orientamento sessuale!) e quindi scoprire facilmente la “costruzione sociale cultura”. E grazie a questa “scoperta” avere degli strumenti in più per posizionarsi rispetto al tema delle migrazioni ma soprattutto per riuscire ad ibridarsi con le altre culture, per crearne nuove.

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