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JUDITH BUTLER E L’ALLEANZA DEI CORPI

La copertina di "L'alleanza dei corpi", di Judith Butler, Ed Nottetempo, 2017

La copertina di “L’alleanza dei corpi”, di Judith Butler, Ed Nottetempo, 2017

“La parola queer non designa un’identità, ma un’alleanza, ed è importante tenerlo a mente nel momento in cui stabiliamo alleanze difficili e imprevedibili nella lotta per la giustizia sociale, politica ed economica”.

Da quando nel 2004 ho scoperto Judith Butler attraverso uno dei suoi libri più complessi, Corpi che contano, il suo pensiero, le sue elaborazioni, ma soprattutto la sua evoluzione personale e politica mi trovano in sintonia. “Il  personale è politico” del movimento femminista mi sembra in lei perfettamente incarnato: Gender trouble,  il libro che la rese famosa nel mondo arrivò in Italia  solo dieci anni più tardi – il titolo malamente tradotto con  Scambi di genere – nel tentativo, fino all’ultimo, di soffocare l’idea dirompente della performatività del genere di contro alla  rigida contrapposizione binaria maschio/femmina, con una serie di caratteristiche e ruolizzazzioni spacciate come “naturali”.

Erano gli anni in cui  imperversava il pensiero unico della differenza sessuale, che in nome di una supposta “specificità” femminile relegava ai margini dell’invisibilità le donne lesbiche, ree di essere portatrici di atteggiamenti, comportamenti e desideri ascrivibili al “maschile”.

Molte e molti hanno scritto e parlato, in genere male, di Judith Butler, spesso senza neanche averla letta. Proprio per questo ci tengo a sottolineare che nell’introduzione a Gender Trouble Butler spiega, senza possibili fraintendimenti, come il suo obiettivo sia quello di dare visibilità a quelle identità perseguitate e negate a partire dalla propria identità di lesbica: che questa negazione avvenga poi anche  all’interno di un pensiero che si definisce femminista, rafforzando in modo acritico il regime dell’eterosessualità obbligatoria è un paradosso che Judith affronterà sul piano teorico mostrandone tutte le incongruenze e le contraddizioni.Lo fece così bene che dovette scomodarsi il futuro papa Ratzinger per mettere in guardia dai pericoli di certo femminismo di contro a quello “buono” della differenza sessuale.

Sotto la cappa asfittica  del pensiero unico di cui sopra, come non  apprezzare l’originalità del suo pensiero e la self-confidence con cui si relaziona con  i “grandi” della filosofia – con Lacan ad esempio in Corpi che contano coniando il concetto di “fallo lesbico” e scompaginando le categorie del desiderio maschile e femminile.

Col passare degli anni l’intento di scrivere per un pubblico più ampio, dato l’inatteso successo mondiale al di fuori dell’Università, hanno reso i suoi libri  più accessibili e il linguaggio meno accademico.  Ed anche le tematiche, sull’onda di eventi sempre più drammatici vanno ampliandosi e l’attenzione di Butler si rivolge alla pluralità di minoranze e realtà messe ai margini non solo e non più sul piano sessuale ma anche geo politico ed economico.

Non ci siamo stupite quindi di vederla in piazza a fianco del Movimento Occupy Wall Street né del suo rifiuto del premio assegnatole al Pride di Berlino per le evidenti implicazioni razziste dell’omonazionalismo. 

L’ultimo suo libro, pubblicato in Italia da Nottetempo con la preziosa traduzione di Federico Zappino, L’alleanza dei corpi con il sottotitolo Note per una teoria performativa dell’azione collettiva, è la testimonianza di una parabola personale e politica che la porta a vedere nel sistema capitalistico in tutte le sue articolazioni politico-repressive il “Nemico” comune.  Di fronte alla devastazione esistenziale e relazionale in cui siamo costrett* sono i corpi che insieme, possono riappropriarsi dello spazio pubblico e mettere in campo reti e relazioni inedite creando un percorso comune condiviso e un senso di appartenenza che diventa spinta vitale.

Butler parte dalla conferenza contro l’omofobia e la transfobia di Ankara, cui partecipò nel 2010 e che si concluse con una  una sfilata per le vie della città cui parteciparono organizzazioni femministe a fianco delle minoranze queer, gay/lesbiche e transgender che protestavano non solo contro la violenza della polizia, ma anche contro il militarismo nazionalista e la repressione del popolo curdo.

Le forme di mobilitazione legate al genere, quelle di rivendicazione dei diritti delle persone “gender non conforming” diventano quindi un progetto radicalmente democratico quando si accompagnano alla consapevolezza che non siamo l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e di privazione di diritti.

Del resto se ciascun* di noi è un “assemblaggio” di diverse identità anche le alleanze saranno inevitabilmente trasversali; e perciò diventano importanti quelle mobilitazioni animate dalla consapevolezza che accomuna chi rischia di perdere il lavoro o si vede pignorare la casa dalle banche con le  persone che rischiano di essere molestate per strada o incarcerate per come appaiono o per motivi razziali o religiosi.

E se può sembrare che Butler abbia preso le distanze dal genere è lei stessa a ribadire che la questione è ancora presente e pone una domanda che ogni gruppo impegnato nella rappresentanza dei diritti delle donne e delle minoranze sessuali dovrebbe porsi: che fare quando gli Stati tentano di promuovere i nostri diritti per condurre esplicitamente campagne anti – immigrazione?

O quando gli Stati attirano l’attenzione sui loro relativi primati in materia di diritti delle donne e delle persone LGBT per “deviarla dalle atroci condizioni in cui versano popolazioni cui vengono negati i più  basilari diritti di autodeterminazione, di movimento, di associazione, come nel caso della campagna di pinkwashing dello stato di Israele finalizzata a distrarre l’attenzione pubblica “dallo status ampiamente criminale della sua occupazione?”

Del resto ribadisce Judith Butler “la parola queer non designa un’identità, ma un’alleanza, ed è importante tenerlo a mente nel momento in cui stabiliamo alleanze difficili e imprevedibili nella lotta per la giustizia sociale, politica ed economica”.

 

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