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LUOGHI DEL SILENZIO


Piera ZaniQuesta storia ha due tempi: la prima parte a tavola, l’ultimo giorno dopo le conclusioni e prima della veloce partenza, e la seconda parte in una sala d’aspetto di una piccola stazione di mare, quella solita sala d’aspetto con la panche a liste di legno con l’appoggio ricurvo.

Siamo al grande tavolo rotondo, siamo in dieci. Un bel signore che di sicuro ha superato gli ottanta da un bel pezzo ci racconta della sua confraternita, un gruppo di soli uomini che organizza delle cene mensili nei migliori ristoranti, quelli stellati per intenderci, d’Italia e d’Europa.

Ero stata a tavola con lui altre volte, aveva raccontato delle volontà testamentarie, dell’Umanitaria, un’associazione socialista d’inizio secolo che si occupa delle sepolture dei suoi affiliati, della madre che aveva assistito fino alla fine dei suoi giorni, degli amici… così mi sono stupita sentirgli dire parlare di fidanzate, che dopo poco ho capito immaginarie, e di più mi sono stupita nel sentirgli proclamare che una donna sì, ma solo di venticinque anni più giovane di lui. Mi si è proposto ma ho gentilmente declinato, visto che superavo seppur di poco, l’età richiesta, ma chiaramente puntava alla più giovane e carina della tavolata, che era lì presente con il marito, anche lui giovane e bello. Tutto mi è sembrato uno scherzo, di quelli d’altri tempi, dove un bel signore muove le acque più che altro per abitudine e per confondere i sospetti dei presenti: perché non si sarà mai sposato? perché ha assistito la madre fino alla fine rinunciando persino alle cene mensili ella confraternita? per me c’era una sola risposta.

Alla stazione eravamo tutte donne, tranne un signore triste di Milano. Era triste perché era separato, ma era triste anche perché contro lo scintillare della conversazione e della simpatia emiliana non ce la poteva fare. Ho visto in azione le prove di seduzione delle varie città italiane e mi sembra che Bologna, fra le regioni del nord, batteva tutte. Il signore si é messo in un angolo ed ecco che si e’ creato il cerchio magico. Dovete sapere che queste signore, tutte molto anziane, erano studentesse modello, prendevano appunti, facevano domande compunte ma molto precise, e la loro conversazione a tavola non scadeva mai nel banale, se dovevano fare qualche pettegolezzo era su Heidegger! Ma lì in stazione si è creato il cerchio magico e le cose hanno iniziato a fluire in un modo diverso, con una scioltezza e un passaggio rapido di palla che non avevo mai visto prima.

Inizia la professoressa di Genova, chiamata anche Simone de Bouvoir, per via dei suoi capelli grigi raccolti a crocchia e dei suoi chiari occhi azzurri. L’aveva chiamata cosi’ quello della confraternita e lei aveva risposto contenta: “Mi fai solo onore a paragonarmi a Simone!”

Ma lì sulla panca scomoda della stazione il tono è diverso, leggermente risentito, con toni pungenti di rammarico. “Certo che il confratello mi ha deluso. Ma come, io mi dicevo, è cosi’ anziano che io potrei andargli anche bene e invece no, ne vuole una di venticinque anni più giovane, ma cosi fa… sento mormorio che si muove, come un’onda, sulla panca per poi raggiungere noi che stiamo in piedi appese ai nostri trolley, vedo le loro facce sorridenti, ma sento anche il peso dell’età, che loro si erano dimenticate e che tutte noi dimenticavamo conversando, rifarsi potente.

Sono donne che si tengono in forma, hanno dei bei vestiti, i capelli grigi danno una forza alle loro parole ma ai loro stessi corpi come non mi capitava vedere da tempo, e invece eccole sembrano donnette deluse da un desiderio che le scarta a causa degli anni che passando le hanno rese più forti. Prima che inizino le requisitorie sui mali dell’età le fermo:

“Non credo che il problema sia l’età…”

“Che vuoi dire?”

“Penso che riguardi più il genere…”

Si guardano negli incredule, ma dura solo un secondo.

La professoressa di Genova mi guarda con i suoi begli occhi chiari e brillanti, ha capito ma vuole sapere:

“Vuoi dire… ma come fai a saperlo? te l’ha detto?”

“Detto no, ma direi che si vede…”

“Ma come fai a saperlo?”

“Sarà che ho il gay radar…”

“Il gay … che?”

“Il gay radar!”

“E che cos’è, e come fai ad averlo?”

“Sono lesbica quindi mi accorgo dei gay e delle lesbiche che mi circondano…”

C’è un momento di smarrimento nelle fila delle astanti, ma la professoressa che tiene la classe in pugno non si lascia scomporre, a bassa voce commenta: “Massì, oggi le cose sono diverse, è normale, non è più come una volta…” e poi più animata riprende: “ah, dici? e dimmi chi altri hai visto? no, perché io ho visto qualcun altro, sai? ho visto degli indizi…” e improvvisamente la piccola sala d’aspetto si anima, non sentiamo più il caldo del pomeriggio estivo, non sentiamo il disagio del lungo viaggio in treno che ci aspetta, siamo in una cucina, una cucina accogliente dopo un lungo pranzo in famiglia, quando le donne si riuniscono, parlano, commentano, demoliscono con una battuta chi é rimasto a fumare nel salone, con la tazzina vuota del caffè davanti a sé.

 

Piera

Questo post è estratto, con il consenso dell’autrice, dalla mailing list di Lista Lesbica Italiana

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