Uno scambio di mail su una questione che divide
la nostra comunità.
di Francesca **** e Anita Sonego
A una trasmissione di Radio Popolare a Milano Anita Sonego
presenta il libro scritto insieme al suo gruppo, Soggettività lesbica.
A una precisa domanda delle conduttrice sulle nuove famiglie
lesbiche, quelle per intenderci formate da due donne e uno o
più bambini risponde che trova inquietante l'uso
che qui viene fatto della parola "famiglia", una
parola e un concetto che sono stati molto contestati dalle femministe
negli anni '70 e '80.
Nella Lista delle mamme si apre una piccola discussione,
penso che sarebbe bello poter iniziare a dialogare su un argomento
che in questo momento, seppur in modo sotterraneo sta dividendo
le lesbiche, per generazioni, per opinioni e scelte di vita quindi
contatto Anita e ne nasce un piccolo carteggio con Francesca,
che si era fatta portavoce in modo più articolato della
propria esperienza di co-mamma, in un'Italia che ancora
non prevede alcuna figura giuridica che tuteli il ruolo genitoriale
di una donna che non è la mamma biologica e neppure il
diritto del minore.
...io non lo trovo inquietante, ma rassicurante, mette in evidenza
che esistono lesbiche, madri e non, che mettono in discussione
il concetto\termine di famiglia.
Sara
Scrive Francesca:
Mi sa però che in questo caso si metteva in discussione
solo l'esistenza di certe famiglie (le nostre) e per niente il
concetto/termine di famiglia, che resta per loro "la sacra
famiglia".
Voglio dire, le parole cambiano molto a seconda di chi é il
destinatario. E anche di chi le usa.
Per me "famiglia" é solo un modo per dire noi
due che abbiamo un progetto di vita comune, e dentro c'é un'altra
vita che é quella di Margherita.
La discussione comincia se parlo con qualcuno che per famiglia
intende "La Famiglia" composta da padre madre e prole,
che esclude tutti gli altri nuclei che non rispettano questa
formazione. E la discussione nasce perché ci taglia
fuori.
Sinceramente non trovo nel mio vocabolario un altro termine
per descrivere ciò che siamo io Meri e Margherita. E chi
dice che noi non siamo una famiglia é proprio me che vuole
cancellare dal nostro progetto di vita. Perché Meri
e Margherita resteranno sempre per il mondo una famiglia.
Quindi direi che l'unico modo che ho per avere un termine che
ci definisca e comprenda anche me, é quello di non mettere
in discussione il concetto di famiglia, bensì la definizione
di famiglia, facendo notare al mondo che anche noi siamo
una famiglia.
Questo se parlo col mondo.
Se poi parlo fra me e me, o con chi ho vicino, allora possiamo
essere "pinguini", "tenda", "nido
dei carcagnoli", "faine" eccetera,
eccetera.
Prima di incontrare Meri, nella mia "vita precedente",
avevo una "famiglia"composta dalla mia ex, più me,
più la sua nuova fidanzata. Eravamo una famiglia nel senso
che avevamo un progetto di vita comune, che poi é finito.
Però non ci interessava poi un gran che di farci riconoscere
come famiglia dal mondo, ne avevamo messo in discussione il
concetto stesso.
Però non avevamo figli.
Come fai a non parlare col mondo quando hai dei bambini?
E con questo interrogativo vi auguro la buona notte!
Francesca
Risponde Anita:
No, cara Francesca, nel mio breve dialogo a Radio Popolare
non mettevo in discussione l'esistenza di donne lesbiche con
figli;
anzi è un fatto che mi riempie di orgoglio e ammirazione
per la grande assunzione di responsabilità.
Mi dicevo solo stupita dal bisogno di definirsi "famiglia",
quindi dall'uso di questo concetto/termine per dichiarare una
relazione d'amore tra due donne che hanno un/a figlio/a in
comune.
Non credo che le parole cambino di significato in rapporto
a chi le usa. Il termine "famiglia" non significa
progetto di vita comune con figli.
Scusa la pedanteria ma sono andata a guardare l'origine di
questo termine -nel Lessico ragionato dell'antichità classica
ed. Zanichelli - e te la riporto:
"Familia (dall'osco famel, famulus) dicevasi i senso largo tutto
ciò che apparteneva ad una persona, tanto uomini quanto
cose. In senso ristretto familia significa
1) tutte le persone soggette ad un pater familias,
come donne, figli, schiavi,
2) tutte le persone libere soggette ad un pater familias,
cioè tutti
i membri della famiglia che stanno sotto la potestà del
capo di casa.
Alla parola "Servi" trovo: "Nome generale per
indicare gli schiavi romani, come servitori o famigli essi
si chiamavano 'famuli' (onde quelli appartenenti
ad una casa eran detti nel complesso 'familia')".
Come vedi, forse le mie remore hanno un'origine.
Inoltre, ai miei tempi (ho detto anche a Radio Popolare che
sono una "vetero femminista") si leggeva uno straordinario
libro di Engels, L'origine della famiglia, della proprietà e
dello stato, che penso sia tuttora degno di essere letto
e ricco di suggestioni di pensiero.
Comunque mi viene da dire "Ne uccide più la lingua
che la spada" perciò dobbiamo fare attenzione ai
termini che usiamo.
Mi chiedo: se mettiamo in piedi straordinari nuovi modi di
amore, convivenza, progetti di vita perché mai abbiamo bisogno
di usare definizioni vecchie di secoli che hanno indicato la
supremazia maschile e la subordinazione delle donne e dei figli?
Questo è il mio quesito che faccio con tutto il rispetto
e l'ammirazione verso nuove forme di convivenza civile. Vorrei
veramente capire che bisogno c'è dietro l'uso di questo
termine vecchio e così connotato.
Non è vero che le parole non risentono il peso della
loro storia.
Pensa, ad esempio, al termine "nazista" non potrà più essere
usato con leggerezza, non ti pare?
Mi ha talmente coinvolto quanto tu e altre scrivete che oggi
ne ho parlato con un'amica -lesbica- che dopo poco mi ha mandato
questa mail : "Subito dopo che te ne sei andata, avendo
parlato di famiglia la prima cosa che mi è venuta in mente è che
famiglia ammette una cosa come capo famiglia che io DETESTO, è ancora
usato in burocrazia, ho visto ancora di recente con orrore.
Quindi il principio di autorità che vive nella famiglia
non è autorevolezza, ma comando. E allora siccome ci siamo
già dette che ciascuno/a, essendo soggetto, è responsabile
per sé, questo principio di autorità non va più bene.
I legami di sangue non devono essere i più importanti
per noi, basta col sangue, la tribù, l'etnia -siamo una
civiltà mondializzata".
Cara Francesca scusa la lunghezza e la pedanteria ma questo è un
argomento molto importante per tutto il movimento e mi piacerebbe
che riuscissimo a trovare parole nuove per la novità delle
nostre vite.
Un abbraccio a te, Meri e Margherita.
Anita
E Francesca:
Cara Anita,
apprezzo il tuo lavoro e spero che presto ci saranno parole
nuove per definirci.
Ma mia figlia ha tre anni adesso e non posso aspettare parole
che il mondo ora non usa.
Posso però dare un significato diverso alle parole che
il mondo usa (vedi "lesbica" e altri vari termini
nati come dispregiativi). E' sempre stato questo il modo in
cui le
parole hanno cambiato il mondo.
Per molta gente, fortunatamente, "famiglia" non
contiene più i significati di cui parli, e più gente
frequenterà la
mia famiglia attuale, più gente darà a questa
parola un significato nuovo.
Io penso che siano due processi speculari e altrettanto importanti,
quello di trovare parole nuove e quello di dare un nuovo significato
alle parole. Dipende dalla situazione che vivi.
Nella mia posizione, ritengo che non si possa togliere a un
bambino che si affaccia al mondo, alla scuola, alla sua vita
(che non è la
mia) la parola "famiglia", nella sua accezione comune
di luogo di affetti e punto di partenza della propria identità:
lo raggiungerà da ogni parte e deve essere in grado di
restituirla con dentro il significato della "sua famiglia".
Altrimenti questa verrà socialmente cancellata come tutto
ciò che non ha un nome.
Vi racconto la definizione del nostro nucleo famigliare nel
modulo di iscrizione dell'asilo:
Minore = **********
Da definirsi = **********
Madre = **********
Trova presto una parola per me!
Ciao
A presto
Francesca
|